— Già. Non si tratta appunto di questo?.... E badi che il cavaliere non vuole che ci siano pentimenti e scancellature.
Il cavaliere, com'è agevole intendere, non era altri che l'avvocato Galeni, insignito appunto in quei giorni dell'ordine de' SS. Maurizio e Lazzaro.
Rimasto solo, il candidato si accinse con grande impegno al lavoro che doveva decidere delle sue sorti. Tanta era la sua paura di distrarsi ch'egli non alzava mai gli occhi dal foglio, ma scriveva con la fronte increspata e morsicandosi il labbro inferiore.
Dopo una mezz'ora, egli diede un'occhiata complessiva al suo compito e con qualche trepidazione uscì dal gabinetto per sottoporre la sua scrittura all'esame del principale. Quand'egli tornò, era un altr'uomo. Il saggio era riuscito soddisfacente e Carletto Miglioli era stato assunto all'altissimo ufficio di giovine di studio presso l'avvocato cavaliere Galeni collo stipendio cospicuo di trenta lire al mese e con l'obbligo di lavorare soltanto sette ore al giorno, dalle nove alle quattro.
Bisogna riconoscere che il buon Carletto era uomo di facile contentatura. Il giovine d'avvocato, almeno in Venezia, è il paria della società, da' cui non riceve altro compenso che quello di esser chiamato giovine tutta la sua vita fino ai cent'anni inclusivi, se ha la poco invidiabile fortuna di arrivarvi. Egli può scegliere due strade, una dritta, ed una tortuosa. Seguendo la prima, egli adempie coscienziosamente a' suoi doveri, copia con meccanica esattezza le scritture forensi, porta ai clienti le lettere, del principale, si mantiene un perfetto galantuomo, e nel termine di un lustro al più perviene allo stato di piena indigenza e di compiuto idiotismo. Seguendo la seconda egli aggiunge alle sue mansioni altri piccoli uffici, assume certe cause minuscole che l'avvocato disdegna, si fa consigliere dei negozianti che vogliono fallire senza inciampare negli articoli del Codice penale, e aguzza così il poco ingegno e campa alla meno peggio, ma diventa in pari tempo un tipo esoso di azzeccagarbugli, uno degli esseri più sfuggiti dai galantuomini.
In media il giovine d'avvocato guadagna meno del più modesto artigiano, ma ha d'altra parte l'inestimabile vantaggio di dover vestire con una certa cura affine di non esser preso in isbaglio per un facchino quando si reca nelle aule tribunalizie, e di non offendere con una toilette troppo democratica i nervi della moglie dell'avvocato quando ella viene nello studio del consorte. È vero che qualche volta all'abbigliamento del subalterno provvede la liberalità del principale, che cede al giovine la roba usata. Allora il giovine, secondo la sua statura, ha corte o lunghe le maniche, lunghi o corti i calzoni, e secondo il suo diametro acquista nel suo vestito l'aspetto di un naufrago che non riesce ad emerger dall'onda, o quello di un fiume che non può più stare fra le sue rive.
Tra il signor Carletto e la Gegia non si tardò a scambiarsi ogni mattina il saluto. E al saluto tenne presto dietro qualche parola.
— Gran bella giornata — disse una volta il giovine alzando gli occhi dalla carta e guardando il cielo ch'era tinto del più limpido azzurro.
— Beato lei che può passeggiare — rispose la Gegia.
— Passeggiare! Passeggiare!... Il troppo moto fa appetito.