— Grazie, grazie di queste parole, — replicò la Gegia con le lagrime agli occhi.

— Oh come volentieri la ci verrebbe ella stessa a ripetergliele se non fossero ormai due anni che non fa le scale.

— Ma si figuri.... Speriamo che i pronostici della sua mamma si avverino, e se Dio vuole ch'io mi possa muovere da questa sedia, il primo luogo ove andrò, dopo la chiesa, sarà a casa sua....

— E che festa le si farebbe!

Carletto aveva tanto da lavorare che non fu detta quasi più una parola in tutto quel giorno; ma la Gegia provava in cuore una dolcezza ineffabile e nuova. Carletto aveva pensato a lei, aveva parlato di lei con sua madre. Ella non voleva guardar più in là, non osava chiedere a sè medesima se le sue belle fantasie fossero mai destinate a prender forma; perchè guardare il domani, se l'idea del domani non poteva che amareggiare le gioie dell'oggi?

Oh se le fosse dato guarire! Era giovine tanto! Aveva tempo ancora di amare, di godere!

Nel dopo pranzo sentì nella calle la voce di Maso, quel giovine ch'era stato con Garibaldi, e ch'ella aveva riveduto, dopo il suo ritorno, tre o quattro volte.

— Maso! Maso! — ella gridò.

— O che mi chiama, Gegia?

— Sì, potreste venire un momento da me?