Dei parrocchiani il core

Conforti Don Vittore,

Il cor dei parrocchiani

Conforti Don Milani.

Le donnicciuole gridavano in estasi: Siesta benedeta! Co'ben che la leze! Co'bela che la xè! Alla funzione in chiesa ella aveva poi saputo attirare perfino l'attenzione del parroco, che s'era informato con molta premura di lei.

A rendere ancora più memorabile quella giornata, la Gegia seppe che il palazzo Dareni era stato appigionato ad una famiglia forestiera, dimodochè fra poco si sarebbe riaperta la finestra prospettante quella della sua casa.

Ma, prima che ciò avvenisse, la fanciulla infermò di un male strano. Il medico della parrocchia non ci capiva nulla, un altro dottore che Filippo fece venire a veder la figliuola, disse che c'era un rammollimento della midolla spinale, che sarebbe occorsa una cura lunga, una di quelle cure che la povera gente non può fare a casa sua, e per le quali ci sono gli ospedali apposta. Ma alla parola ospedale la Gegia gridò come un'ossessa, Filippo dichiarò che sua figlia non andrebbe in quei luoghi, e le comari della calle dissero a una voce e con molta solennità che i medici non ne indovinano una. Si ricorse quindi ai sapienti consigli di una empirica, la quale si rese mallevadrice della guarigione in quindici giorni. E siccome le febbri che avevano prima travagliato la fanciulla andarono via via rimettendo della loro intensità fino a sparire del tutto, così si cantò vittoria. Siora Veronica, la moglie del falegname, giocò al lotto i numeri della guarigione, e guadagnò un ambo.

Fatto si è che la Gegia non tardò a poter essere levata dal letto e messa sopra una sedia, ma non c'era caso di farle fare un passo. Sarà debolezza — dicevano il padre e la zia e le vicine; ed aspettarono. Ma il tempo, il gran medico, non seppe giovare in nulla alla povera creatura. Le sue gambette che parevano fatte al torno si assottigliarono, s'incurvarono; pareva che un soffio maligno avesse arrestato lo sviluppo della leggiadra pianticella.

Con la beata spensieratezza della sua età, ella non dubitò un momento che sarebbe guarita; si metteva piena di fede certi empiastri che le erano suggeriti dalla ciarlatana, e faceva assegnamento sulla buona stagione. Il male l'aveva colta d'autunno, poi era sopraggiunto l'inverno, ma dopo l'inverno veniva la primavera, e con la primavera, chi non lo sa? rinasce tutto a questo mondo.

Intanto s'era fatta trasportare nella cameretta, la cui finestra guardava nella calle, e prospettava quella del palazzo Dareni. Questa cameretta si apriva sulla scala, e aveva servito fino allora come luogo di passaggio, ma la Gegia la preferiva alla stanza ove aveva dormito per lo addietro, appunto per poter vedere i nuovi inquilini del palazzo e sentire nella calle le voci dei suoi compagni di giuoco. Ed ogni mattina, o si strascinava ella stessa carponi, o si faceva collocar dalla zia sopra una sedia vicino alla finestra. Teneva uno sgabello piuttosto alto sotto i piedi, e con una ciotola di conterie sui ginocchi e un mazzetto d'aghi in mano passava tutta la giornata a infilar perle. Dietro i vetri foschi e giallastri si vedeva così da mane a sera la sua testina di Madonna, più spesso curvata sull'opera sua, talora volta all'insù a cercar l'azzurro del cielo, e talora intenta a guardar dentro il palazzo che s'era riaperto.