— Sì... Lo vidi alla fine appoggiato allo stipite di una porta, e, appena egli rivolse lo sguardo dalla mia parte, gli feci segno col ventaglio di avvicinarsi. — Siete accigliato stasera? Che avete? — Nulla, contessa, ma me ne vado. — No, non andate — soggiunsi — impegnatemi invece per tutti i balli che ho disponibili.... Qui c'è il mio libretto.... Riempite i vuoti col vostro nome... Lo so che ballate poco, ma si tratta di rendermi un servigio... Vi spiegherò poi... Fate presto. — E gli posi in mano il libretto... Non c'era tempo da perdere, perchè proprio in quel punto la padrona di casa si fermava davanti a me con un ufficiale a braccio. — Avete un valzer o una polka pel barone? — ella mi chiese, presentandomi il suo tedesco di cui non rammento più il nome. — Grazie, sono impegnata — risposi. — Per tutti i balli? — Per tutti. — Il barone non mi perdonerà certo d'essere arrivata troppo tardi — ella disse. L'ufficiale aggiunse qualche complimento in pessimo italiano. Poi si allontanarono insieme. Io respirai. — Era per questo? — domandò il conte, che s'era tenuto alquanto in disparte. — Sì, era per questo; non volevo ballare con un ufficiale austriaco. — E io volevo andarmene appunto perchè c'erano gli ufficiali austriaci. — Adesso siete contento di rimanere? — Contentissimo; vi ringrazio e vi ammiro... più del solito. — L'orchestra intuonò un valzer. — È il quarto ballo, è mio — esclamò il conte. Io mi alzai, egli mi cinse la persona col braccio, e ci slanciammo, cullandoci sull'onda dei suoni, in mezzo alle coppie che si urtavano, s'intrecciavano, si confondevano in una ridda vorticosa... Ah! la musica di quel valzer la ho ancora negli orecchi... E posso dire di aver presente tutta la festa come se fosse una cosa di ieri, onde al bisogno saprei descrivere perfino le toilettes delle signore, una per una... Che ciarliera di nonna, non è vero, Adelina?

— Parla, parla, mi diverto tanto.... E il conte?

— I miei sentimenti patriottici esercitarono sul suo animo un fascino maggiore della mia bellezza. Ebbi da lui confidenze che non avevano avuto i suoi più intimi amici, ed io sola, fra quante erano le sue conoscenti in Venezia, seppi che tempra di eroe egli avesse e quali cure ansiose e profonde si celassero sotto il suo sorriso.... Ero superba e tremavo... A ogni suo viaggio, e di questi viaggi a me erano ben noti gli scopi, temevo ch'egli non tornasse più..... Mi ricorderò finchè io viva d'una sera d'inverno.... Quanti inverni sono passati da allora, Adelina mia!... Il conte era partito da due mesi e non ne avevo notizia. Subito dopo pranzo m'ero ritirata nelle mie camere, e me ne stavo nel salottino da lavoro sentendo di fuori scrosciar la pioggia e il vento gemere sinistramente all'imboccatura del rio. M'ero messa a sfogliare un libro, poi avevo preso in mano il ricamo; poi, infastidita anche di questo, m'ero adagiata sulla poltrona davanti al caminetto. Ad un tratto s'aperse l'uscio dietro di me, e mi voltai in sussulto. — Sono io — disse una voce ben nota. Sentii che eravate qui e sono venuto senza lasciar tempo al servo di annunziarmi. — Voi! — esclamai, correndogli incontro. — Ma perchè trasformato così? — Il conte (era lui) non aveva più la sua folta barba. Egli si guardò attorno e mi chiese: — Siete ben sicura che nessuno ci ascolti, che nessuno ci sorprenda? — Chiusi gli usci di dentro. — Ebbene? — La polizia è sulle mie traccie — egli soggiunse. — Questa notte m'imbarco. — Dio mio! Questa notte! E lasciate l'Italia? — Per sempre forse — egli rispose cupamente. — Non ci vedremo più? — diss'io congiungendo le mani. — È per questo che scelsi la via di Venezia.... Per Genova mi sarebbe stato più facile l'imbarco, ma non vi avrei dato l'ultimo addio.... Come siete pallida, Olimpia.... e come siete bella nel vostro pallore!.... Figgete in me i vostri occhi stupendi ed il lume soave me ne resterà nell'anima per tutta la vita.

— Oh nonna, sentirsi parlare così!

— Egli era tanto eloquente ch'io pendevo rapita dalla musica di quella voce, dal fascino di quegli accenti.... Egli, il forte, egli che aveva la fibra d'un eroe di Plutarco, egli avvezzo al comando, egli era lì supplichevole davanti a me, povera donna.... Di fuori infuriava la burrasca, di fuori lo attendevano insidie infinite, la carcere forse, forse il carnefice, nella ipotesi men triste l'esilio; era in poter di me sola, prima che egli partisse, di versare qualche dolcezza su quell'anima esulcerata.... Oh certo, le coscienze rigide, inflessibili, mi condannano...

— Io no...

— Tu! Che ne sai tu della vita, o fanciulla?

Vi fu qualche istante di silenzio.

— Finisci la storia, nonnetta mia — disse timidamente l'Adelina.

— Conveniva romper gl'indugi. Ogni soverchio ritardo poteva esser fatale. Il conte volle che, in presenza sua, abbruciassi alcune lettere. — Voi foste la mia confidente — egli disse infine.... In quei tempi, Adelina mia, non ero la gran chiacchierona che sono adesso. — Le cose che vi ho rivelate seppellitele nella vostra memoria, i nomi che avete intesi dimenticateli; se vi si interroga sul conto mio mostrate di avermi conosciuto solo come uomo di società... È impossibile misurar le conseguenze di una parola imprudente... E voi siete madre, non dovete affrontare inutili rischi.... — Quand'egli si decise a partire, erano le dieci...