Pure, riordinando con uno sforzo di memoria e d'intelligenza le sue monche cognizioni di storia sacra, pensò che anch'ella era legata a quei luoghi dalle tradizioni degli avi, dalla pietà del suo tempio ch'era stato distrutto, del suo popolo ch'era stato disperso.
In verità, don Cesarino attribuiva all'esclamazione enfatica della ricca ereditiera un significato assolutamente fantastico. Nell'entusiasmo di lei per la Palestina non entravano nè i ricordi dei padiglioni di Giacobbe, nè quelli del tempio di Salomone. La sua era una curiosità tutta mondana di fanciulla viziata, in cerca d'impressioni sempre nuove e diverse. A Gerusalemme ella non si sarebbe certo unita alla schiera dei fanatici che singhiozzano ogni venerdì sulle rovine del Santuario, non avrebbe, come i moderni Sionisti, studiato sul posto il piano edilizio della capitale d'un nuovo Regno d'Israello, ma, seduta alla tavola rotonda del New Grand Hôtel, dissimulando studiosamente le sue origini, avrebbe, con le inglesi di Cook, preso gli accordi per le gite a Gerico, al Giordano, al Mar Morto.
Pure don Cesarino, nei grandi occhi a mandorla della Mariannina, negli occhi umidi, luminosi e profondi, seguitava a leggere ciò che non v'era. Vi leggeva, insieme col rimpianto delle glorie tramontate per sempre, l'avvilimento di una condanna che non ha remissione, l'anelito ardente a sollevarsi, a redimersi. E si esaltava all'idea di rialzare con la sua mano quell'angelo fulminato, di riscattar quell'anima a cui le colpe dei padri avevano reciso le ali.... Ah, purificarla con l'acqua lustrale, insegnarle le verità della fede, e poi, a suggello della conversione, portarla seco penitente contrita al sepolcro di Cristo, che sogno magnifico, che felicità nuova e insperata! Pareva a don Cesarino che un fascio di raggi squarciasse ad un tratto il cielo grigio della sua vita, gli aprisse le vie chiuse dell'avvenire.
La principessa madre si voltò bruscamente verso il figliuolo e gli disse:
— Fa freddo. Si rientra in casa.
Nel salotto terreno, che un'ombra discreta occupava in quel pomeriggio invernale, il vecchio Plinio servì la cioccolata e i biscotti. Le sue mani rattratte tremavano, il suo sguardo interrogatore si fermava a vicenda sulla principessa Olimpia, su don Cesarino, su monsignor de Luchi e sugli ospiti strani che mal dissimulavano l'arroganza di risaliti sotto i modi umili e deferenti. Ed egli, che non poteva incontrar l'equipaggio dei Moncalvo senza fare una smorfia che involgeva nel medesimo disprezzo i cavalli e chi li guidava, la carrozza e chi vi stava dentro, egli aveva ora la mortificazione di sentir donna Olimpia domandare alla signora Rachele se voleva un altro pezzo di zucchero e di veder don Cesarino in adorazione davanti alla Mariannina come davanti a un'immagine sacra. Che tempi eran questi? Era possibile che gli Oroboni si umiliassero ai Moncalvo solo perchè i Moncalvo eran ricchi? Possibile che al danaro sacrificassero la loro dignità? E pensare ch'egli, povero in canna com'era, rinunziava già da più anni a riscuotere il suo salario pur di non abbandonare i suoi antichi padroni!
— Tirate le tende che coprono i medaglioni, — ordinò la principessa.
Apparvero allora, nelle cornici stinte e polverose, i ritratti di famiglia che monsignor de Luchi si affrettò ad illustrare. Quel vecchio segaligno, con lo zucchetto rosso in capo, era il nobiluomo Andrea, patrizio veneto (chè veneta era l'origine della famiglia) e cardinale di Santa Chiesa, competitore di Camillo Borghese (che fu poi Paolo V) al soglio pontificio, non riuscito per le mene di Francia. Quello alla sua destra, nell'ampia zimarra guernita d'ermellino, era il fratello di lui, Nicolò Alvise, cavaliere e procuratore della Serenissima, dipinto da uno scolaro del Tintoretto: venivano quindi due nipoti, don Antonio e don Marco, e il pronipote cardinale Pietro, istitutore dell'Accademia oroboniana, quegli che, rotto ormai ogni legame con la Repubblica di Venezia, aveva richiamati in Roma il padre e lo zio e piantata qui stabile dimora. Ultimo, in ordine cronologico, il bisavolo di don Cesarino, cameriere segreto di Gregorio XVI, morto di crepacuore il giorno della fuga di Pio IX a Gaeta. Sola fra tanti uomini una donna, la sposa di don Marco, schietto sangue romano, Tarquinia dei principi Altieri, la piccola testa superba eretta sul collo bianchissimo e sulle spalle opulente, metteva una nota giovanile in quel malinconico concerto di faccie serie e aggrinzite.
Don Cesarino si chinò all'orecchio della Mariannina.
— Quel ritratto la ricorda.