Senonchè, ad un tratto, i suoni fino allora piuttosto indovinati che percepiti si fecero chiari e distinti; ella sentì veramente dei passi, delle voci rattenute e sommesse, sentì picchiare all'uscio del salottino verde. Con una decisione subitanea ella spense la candela e si gettò sul letto.
Una persona era entrata nel salottino e s'avvicinava guardinga; una mano girò adagio adagio la gruccia nell'uscio. Irrigidita in uno sforzo supremo, la Teresa non gridò, non si mosse, e riuscendo con la volontà a disciplinar perfino i battiti tumultuosi del cuore parve respirar come uno che dorme.
—Dorme—disse in fatti una voce. Era quella della Luisa, e sembrava rivolta ad uno che fosse lì ad attendere risposta. I battenti dell'uscio, come s'erano aperti pian piano, pian piano si riaccostarono. Ma un'altra voce, una voce d'uomo cognita e cara, giunse all'orecchio della Teresa.—Se dorme, lasciatela tranquilla…. Pur che domattina, appena si sveglia, abbia questo biglietto.
—Non dubiti, signor conte—rispondeva la cameriera.—Glielo porterò io stessa.
—Va bene. Lo metto qui sulla scrivania.
I passi, lievi lievi, si allontanarono; gli usci si chiusero; si chiuse, di lì a pochi secondi, la porta di strada. Allorchè tutto fu tornato nel silenzio, la Teresa riaccese il lume e balzò dal letto. Le gambe le tremavano, un sudor freddo le gocciolava giù per la fronte; ella potè nondimeno trascinarsi nel suo salottino. Sotto un calcafogli, sulla cartella ov'ella aveva pur dianzi riposta la sua lettera, c'era il bigliettino di Mario Vergalli. Che voleva egli ancora da lei?
XXX.
«Teresa mia.
Qual giudizio farete di me? Vi ho oltraggiata oggi due volte; prima cercando usarvi violenza, poi abbandonandovi bruscamente quando non eravate ancora ben rinvenuta dal vostro deliquio. E vedete fatalità! Mentre arrossisco e mi vergogno della mia condotta, sono forse in procinto di recarvi un oltraggio nuovo. Sì, Teresa, non ve lo nego; sono fuggito oggi dalla vostra casa perchè ho creduto scoprire il vero motivo del vostro linguaggio ambiguo, del vostro malessere fisico, del vostro rifiuto d'esser mia moglie; sono fuggito sopraffatto da quel senso del ridicolo che soffoca tanti impulsi generosi, che inspira tante vigliaccherie a noi uomini raffinati e moderni. Ora, o Teresa, ho vinto il nemico. Ignoro, badate bene, se le mie supposizioni siano fondate; ma so che il fallo vostro, già così lealmente confessato, non diventa più grave, se, per un'amara ironia della sorte, esso ebbe conseguenze che altri falli simili non hanno; non più colpevole dovete apparir voi agli occhi degli uomini onesti, ma più degna di compianto, di soccorso, d'affetto. E, appunto per questo, l'offerta ch'io vi feci poche ore addietro e che allora eravate forse in obbligo di respingere, ve la rifaccio adesso che so, o che immagino, il peggio. Accettatela, Teresa. Siate mia moglie. Imponetemi le vostre condizioni. Desiderate lasciar Venezia, l'Italia, l'Europa? Ditelo. Ci trapianteremo lontano, ove gli echi del passato non giungano, ove la quiete nella nostra famiglia non tema insidie. Chi saprà nulla? Chi chiederà nulla? Chi sospetterà nulla? E di me non vi fidate, Teresa? Non mi credete capace di riversar sopra una creatura innocente uscita dalle vostre viscere una parte del mio amore immenso per voi?… Rifletteteci, Teresa. Non rispondete con leggerezza; non lasciatevi accecar dall'orgoglio…. Verrò domani a udir la mia sentenza…. Intanto porto questa lettera io stesso, ma non ho speranza di vedervi; è tardi e forse sarete già coricata. A domani dunque.
Vostro per tutta la vita