Di questa sua tarda andata in campagna, la Teresa avvisò il giorno stesso Vergalli, senza però dirgliene le ragioni intime. Avrebbe passato alla villa un paio di settimane al massimo; sarebbe arrivata in città probabilmente prima di lui. E si faceva una festa all'idea di rivederlo e di sentirsi raccontare il suo viaggio. Dell'intonazione malinconica che c'era nella lettera dell'amico ella finse di non accorgersi; circa a di Reana, dopo aver molto studiato la frase, si limitò a dire ch'era partito. Risoluta ad un'ampia confessione quando Vergalli fosse a Venezia, aveva una ripugnanza invincibile a fermarsi per iscritto sullo scabroso argomento. Ond'ella, per solito così piena d'abbandono nella sua corrispondenza col conte Mario, fu questa volta breve e guardinga, e n'ebbe dispetto per sè e dolore per lui. Ma non c'era modo di fare altrimenti.
La giornata le trascorse più rapida ch'ella non avesse creduto. Prima di pranzo venne a trovarla, in compagnia con la madre, una ragazza di ristrette fortune a cui ella pagava le lezioni di pianoforte di un professore di grido affinchè potesse svolgere le sue rare attitudini musicali.
Sempre cortese, specie con gli umili, ella accolse benissimo le due donne.
—Quanto tempo che non vi vedo!
—Ma…—rispose un po' impacciata la madre—veramente… eravamo state ancora… Lei non c'era… Non glielo hanno riferito?
—Sì, sì… mi ricordo… Potevate ripassare.
—Si temeva di disturbare—soggiunse l'altra. E si morse il labbro, pentita d'aver detto troppo.
La Teresa arrossì lievemente e si rivolse alla ragazza:—Dunque,
Marcella, come va questa musica?
—Così… Il professore non è scontento..
La mamma, loquace, inframmettente, giudicò eccessiva la modestia della figliuola.