—Eh, se non c'era lei!—riprese la madre profondendosi in espressioni di riconoscenza.

—Zitta, zitta—interruppe la Teresa.—È stato un gran piacere per me il secondar le inclinazioni della Marcella, e poichè ella riesce così bene io son compensata ad usura del poco che ho fatto.

Un'altra visita ricevette la Teresa quella sera mentr'era ancora a tavola, la visita di un altro beneficato suo, un giovine studente di matematica, poverissimo, ch'ella e Vergalli mantenevano all'Università. Egli veniva a salutarla prima d'andare a Padova e le portava in dono una sua memoria di geometria superiore sugli spazi a quattro dimensioni, pubblicata negli Atti dell'Istituto Veneto.

La Valdengo sorrise.

—È arabo per me… E c'è anche la dedica?

—È il primo lavoro che stampo… Dovevo offrirglielo… Lo accetta?

—Ma figurati… Lo accetto con gratitudine e con quella deferenza umile che si ha per le cose che non si capiscono… Ma perchè stai ritto?… Accomodati, via.

Massimo Scilla (era il nome del giovine) sedette timidamente sull'orlo di un divano, nell'ombra, in fondo alla stanza.

—Non laggiù… ti vedo appena… Qui, accanto alla tavola, su quella sedia.

Massimo ubbidì. Era goffo, impacciato, di persona esile, di lineamenti irregolari; solo gli occhi piccoli e neri brillavano a tratti d'una luce intensa.