— Non lo puoi, non lo puoi — replicò il professore con l'accento della disperazione.

Vi fu un istante di silenzio. Il dottor Romualdo teneva le mani intrecciate sulle ginocchia, lo sguardo immobile a terra. La Gilda, levatasi da sedere, gli si avvicinò lentamente. Un lieve rossore le tingeva le gote.

— Alza gli occhi — ella disse — fissami in viso. In questa casa dove non posso esser più nè pupilla, nè nipote, nè sorella, potrei almeno esser la compagna della tua vita, la tua sposa?

— Tu, Gilda? — esclamò lo scienziato con un grido che veniva dal cuore. — La mia sposa; L'hai detto? L'hai proprio detto, tu? L'hai detto sul serio? Non ti sei presa giuoco di me? Oh no! Il tuo volto onesto porta l'impronta della sincerità... Tu non vuoi uccidermi!

Egli le afferrò tutt'e due le mani e le tenne strette nelle sue.

— Zio Aldo — ella mormorò affettuosamente.

— Non chiamarmi più così... Chiamami Aldo... O piuttosto, no, sciocco ch'io sono... chiamami ancora zio Aldo... c'è tanta dolcezza in queste due parole pronunziate dalle tue labbra... Sentivo sempre dirmi professore, professore... e non ero che un professore arido, dotto, noioso...; tu mi dicesti zio e sono divenuto un uomo... Oh se la mia vita fosse cominciata da quando batte il mio cuore, io sarei ben giovine, o Gilda...

Egli s'interruppe un momento; poscia riprese con un sospiro: — Invece hai riflettuto che son vecchio, che ho diciannove anni più di te? Guarda la mia barba e i miei capelli segnati di bianco, guarda le rughe della mia fronte... La tua giovinezza è appassita per poco; essa risorgerà senza dubbio; ma la mia, oh la mia non torna mai più.

La Gilda scrollò il capo. — Tu mi porti un cuore che non ha amato altra donna che me...

— Nessun'altra, nessun'altra — egli esclamò con enfasi.