— Per quello che ci si vede ormai con Natalìa, — rispondeva Lidia.

E in vero si vedevano pochissimo, diradando, per mutuo e tacito accordo, le loro visite, salutandosi fuggevolmente quando s'incontravano per la strada. Però una mattina che Lidia era con la figliuola, Natalìa la fermò per ammirare e baciare la bimba, invidiando l'amica che possedeva un tesoro simile. E soggiunse: — Portamela, portamela.... Fino alle due mi trovi sola.... Usciremo in quel mio simulacro di giardino.... Sai, abbiamo un pezzetto di terra con due alberi e pochi fiori.... Vieni, vieni.... Dio mio, come ti fai preziosa!... Par che non ti degni, tu moglie d'un luminare del fòro, di venire in casa d'un povero travet.

Lidia si consultò con Carlo che le disse: — Per una volta tanto, non sarà una disgrazia.

Natalìa fu amabilissima e si conquistò subito il cuore di Valentina, facendola correre pel piccolo giardino, mostrandole un nido di rondini, regalandola di frutta e di dolci.

— Quando torneremo dalla bella signora? — chiedeva ogni momento Valentina alla madre.

Ella trovò mille pretesti per non tornare; se ne sentivan dir tante di quella Natalìa ch'era proprio meglio starne lontano. Lo stesso zio Ernesto la difendeva debolmente: — Benedetta figliuola!... Ha buonissime qualità, ma è troppo leggera.

Perciò Lidia fu alquanto maravigliata che, nell'inverno successivo, Carlo volesse invitare i Morini a una serata musicale ch'egli dava in onore di due suoi clienti francesi, di passaggio per Venezia.

— Noi non andiamo alle serate dei Morini, — osservò Lidia. — Perchè devono venir essi alle nostre?

— Noi non andiamo da loro, ma essi c'invitano, — ribattè pronto l'avvocato. — Dobbiamo invitarli anche noi.... Forse non verranno.

— Verranno, verranno.