II.
— Misericordia! — esclamò Pomponio che aveva cominciato a tirar fuori i libri dalle casse. — Misericordia! Quanta polvere!
E soggiunse: — Creda a me, sarebbe meglio che mi lasciasse portar tutto quanto di là e sbrigar da me questa fattura.
Ma il professore si oppose risolutamente. Voleva che l'operazione si compisse nel suo studio, alla sua presenza; voleva, dopo una spolveratina sommaria, riporre i libri egli stesso in uno scaffale pronto a riceverli.
E Pomponio, rassegnato, seguitò a tirar fuori i volumi, a sbatterli alla meglio e a consegnarli al commendatore che, dopo averne guardato il titolo, li metteva a posto. Le tignuole giravano per la stanza, la polvere si spargeva nell'aria, si posava sui mobili, penetrava nei pori, costringeva padrone e servitore a raschiarsi ogni momento la gola e a starnutire.
— Qui poi c'è anche una tela di ragno, — notò Pomponio sollevando un grosso in-folio. Era un atlante del mondo antico, di Teodoro Menke, stampato a Gotha da Justus Perthes. Ora accadde che mentre il servo lo palleggiava, un piccolo rettangolo di carta ingiallita uscì pian piano dal mezzo di due pagine e andò a cadere sul pavimento.
— To', che roba è? — disse Pomponio. — Pare una lettera.
E, deposto l'atlante, si chinò per raccattarla.
Ma il professore l'aveva prevenuto e come inebetito girava e rigirava la lettera fra le mani. Poich'era effettivamente una lettera, ed era una lettera sua, chiusa ancora, col francobollo attaccato, con l'indirizzo scritto di suo pugno, nella sua calligrafia grave, pesante, di uomo nato per esser cavaliere di molti ordini e socio di molte accademie. Del resto, una calligrafia chiara, tale da dar la sicurezza che la lettera sarebbe giunta a destinazione.... se fosse stata impostata.
Alla gentile signorina