Anche i concenti tacquero a un tratto, e per qualche secondo non si udì che il fremito represso della folla aspettante, simile al fruscìo d'un campo di spighe agitate dal vento; poi l'anziano dei consoli pronunziò un breve saluto e invitò uno che gli sedeva a fianco a parlare. Era questi un uomo nella pienezza della virilità; bello come un Dio, portava il marchio del genio sull'ampia, nobile fronte e negli occhi glauchi e profondi di cui non si sarebbe potuto dire se più luce ricevevano dal di fuori o più ne spargevano intorno a sè. Il Poeta; non altrimenti lo chiamavano da anni; egli la voce, egli la coscienza dell'Isola, ne aveva eternato le mille bellezze, ne aveva cantato le albe di rosa e i tramonti di fuoco, aveva, piccolo Virgilio sconosciuto al mondo, nobilitato col ritmo armonioso i lavori del suolo e le fatiche del mare, aveva dato fiori alle cune e alle tombe.
Oggi egli sciolse un inno alla vita e alla salute. Alla vita ch'è luce, ch'è amore; alla salute ch'è forza, ch'è gioia e felice equilibrio del corpo e dello spirito. Evocò con parola fatidica le maraviglie dell'avvenire, paragonò la tarda e vana esperienza delle generazioni fuggitive con quella che si sarebbe d'ora innanzi accumulata sugli uomini, liberi dall'incubo della malattia e della morte. Pensate, egli disse, pensate quali prodigi potranno compiersi in un paese ove insieme coi nuovi savi, insieme coi nuovi genî rimarranno gli antichi, ove non sarà muta nessuna voce, non sarà spenta nessuna fiaccola del passato. E conchiuse che poichè i Numi favorivano così gli abitatori dell'isola, all'isola stessa si dovesse mutare il nome e chiamarla l'Isola fortunata.
Un'immensa acclamazione mostrò come il Poeta si fosse reso interprete del sentimento comune, e da migliaia e migliaia di petti irruppe un grido formidabile: — Sì, sì, l'Isola fortunata!
Allora, dalla schiera dei fanciulli appartenenti al cortèo, uscì, alta e diritta come uno stelo, una bambina, vaga angioletta dal dolce viso ridente, dai riccioli biondi che le cingevan le tempie d'una gloria di sole. Corse sulle labbra un nome: Risorta.
L'appellavano così da tre mesi, da quando la madre, credutala estinta, stava per tagliarle una ciocca di capelli, ed ella, piuttosto risuscitata che guarita, sollevò le palpebre e disse con accento ineffabile: — Mamma.
Non sconcertata dagli applausi, si avviava ella adesso, svelta e graziosa, al palco dei consoli, reggendo con le piccole mani una corona d'alloro che l'Isola destinava al Poeta. Egli scese a incontrarla, e piegata verso di lei la maestosa persona lasciò che le mani delicate gli posassero il serto sul capo. Solo in quel momento un leggero tremito agitò le membra gentili della fanciulla, e un vivo incarnato le si diffuse sulle guancie pallide, e gli occhi limpidi si chinarono quasi abbagliati dal fulgore di quegli altri occhi che li scrutavano. Anch'egli, il Poeta, era in preda a uno strano turbamento. Nella bambina d'oggi egli indovinava la donna di domani, e la donna gli sembrava più bella, più affascinante di tutte quelle ch'erano apparse fino allora sul suo cammino.
— Quanti anni hai? — egli chiese.
— Sette.
Egli la congedò con un bacio paterno.
Risorta si mosse per tornar dai compagni che l'attendevano; ma dopo pochi passi si voltò indietro e sorrise. Con la precocità femminile ella sapeva bene che il suo sguardo avrebbe trovato per via lo sguardo del Poeta.