— Un colpo d'occhio, uno spirito d'iniziativa! — disse un terzo.
I nipoti, chiamati dai loro uffici, uscirono dalla stanza nella quale s'erano raccolti a poco a poco tutti i pezzi grossi della finanza milanese. Sentivo intorno a me come un odor di milioni. E sentivo anche discorrere a bassa voce dei corsi della rendita, del riporto fine corrente, dei cambi, dell'aggio dell'oro, dell'Assemblea della Banca Generale e del Credito Mobiliare, della politica finanziaria del Ministero, e via via. Del morto non si discorreva più. Doveva esser vero quel che mi era stato detto; che, com'egli non aveva una famiglia sua, così non aveva amici intimi; aveva, in gioventù, atteso a' suoi piaceri; aveva atteso nella maturità alle sue speculazioni; corretto, ossequente alla legge, osservantissimo dei suoi impegni, ma in complesso un fior d'egoista.
Si udì un bisbiglio di preci nell'andito, un bagliore di faci passò attraverso il vano dell'uscio aperto; poi tutta la gente ch'era pigiata nel salotto si mosse e cominciò la discesa giù per la scala. Fu un gran sollievo il trovarsi all'aria aperta.
Il nipote grasso che aveva preso a volermi bene oltre a' miei meriti, mi accompagnò fino al carro; un impiegato delle pompe funebri mi assegnò il mio posto alla destra del feretro, e dopo qualche minuto speso per ordinare il corteggio ci mettemmo in cammino preceduti dalla banda civica che suonava la marcia del Don Sebastiano.
A tenere i cordoni eravamo in dieci. Io non conoscevo nè gli altri quattro ch'erano dalla mia parte, nè i cinque ch'erano dalla parte opposta; non conoscevo il morto, non conoscevo quasi nessuno di quelli che formavano la lunga processione. Poichè era lunga davvero, più di quello che non mi fossi immaginato, e le finestre delle case davanti a cui passavamo erano piene di curiosi, e di là dalle due file di servi e di fattorini che portavano le torcie accese si vedeva la folla assiepata sui marciapiedi.
L'ufficio funebre venne celebrato nella Prepositurale di San Marco; dopo di che il convoglio, molto assottigliato, si avviò al cimitero.
Ed ecco che passando per il Corso Garibaldi, vediamo dinanzi alla chiesa di San Simpliciano un altro corteggio che stava per muoversi anch'esso, ma che ci lasciò il passo con la deferenza che i funerali di terza classe devono a quelli di prima. Un carro dimesso tirato da un cavallo unico ed umile, e guidato da un cocchiere non umile per sè ma vergognoso di condurre al Camposanto un così povero morto. Sul feretro una sola, piccola ghirlanda di fiori freschi, misero riscontro al lusso di corone che coprivano il feretro illustre.
Un fattorino della Banca Nazionale che mi camminava a fianco si voltò verso un compagno e disse: — L'è il povero Bertizzoni.
L'altro accennò affermativamente col capo.
Rimasi colpito da quel nome di Bertizzoni e non potei a meno di chiedere: — Bertizzoni? Era uno qui di Milano?