Dopo aver passato alcune ore alla bottega di caffè in mezzo agli eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di loro, il conte Mario andava a pranzo da questo o da quello, saziandosi con un pane e un pezzo di formaggio nei giorni vuoti. La sera rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo, compreso quello della pigione.

Il conte Rinalducci, come dissi fin dal principio, è morto, e l'onore di ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni Battista Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che conosceva già da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione di dargli da desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.

Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte) e disse:—Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.

—Sicuro—rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo telaio da ricamo.

—È stranissimo—soggiunse il signor Giovanni Battista.

Indi marito e moglie si tacquero e lasciarono scorrere in silenzio altri cinque minuti.

—Non capisco—riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.

—Se facessimo intanto portare in tavola?—insinuò timidamente il marito.

—Ti pare?—replicò madama.—Rinalducci andrebbe su tutte le furie. Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda....