—Ebbene, parecchi anni dopo quella fanciulla divenne mia moglie.
Mi guardai intorno. La camera da letto di Federico non era una camera nuziale. Indovinai un lutto domestico:
—È morta... forse?—chiesi con esitazione.
Il Vivaldi chinò il capo con un cenno affermativo, e si portò la mano sugli occhi.
—E da poco tempo?—continuai.
—Oh... no—egli rispose—dal marzo del 1866.
—Povero amico!—diss'io commiserandolo sinceramente e rispettando un dolore che si manteneva così vivo dopo più di nove anni.
—Ma che c'entra in tutto ciò l'orologio, tu mi chiederai?—egli ripigliò dopo una brevissima pausa.
Federico aveva côlto il mio pensiero. Io stavo infatti tormentandomi il cervello per iscoprire la relazione fra la morte della Virginia e l'incidente che aveva commosso in modo sì strano l'amico mio.
—Quando la Virginia infermò—egli disse—erano sei mesi ch'io l'avevo sposata... sei mesi di una felicità senza nube... Da che male ella fosse presa, non lo so; non lo seppero i medici, non lo seppe nessuno... Ella non soffriva... moriva a oncia a oncia. Ma non lo credevamo nè lei, nè io, e facevamo piani per l'avvenire... Appena ella fosse guarita, avremmo piantato nuove aiuole di fiori nel nostro giardinetto, avremmo rimesso a nuovo, secondo le nostre modeste fortune, una parte della casa.—Per esempio—ella osservò un giorno ridendo e additando quello che tu chiamavi giustamente un oggetto da museo—per esempio sarebbe assai bene poter cambiare quell'orologio antidiluviano.—Io le promisi che avremmo fatto apposta una gita insieme a Venezia per comperare una cosa di suo gusto. Ne fu tanto contenta, la poveretta.