Volgendo ora lo sguardo dal lato opposto, scorgi sul pendìo d'un monte il campanile e la chiesa di Longarone, e più in alto e sospese quasi sulla tua testa come nidi di rondini le villette di Pirago, d'Igna, di Crosta, che a chi le mira dal basso paiono volersi precipitar giù e prendere un bagno nella Piave. Ma se questa voglia del bagno non se la possono cavare, fanno la cura della doccia e si lavano il capo abbondantemente nelle irrefrenate pioggie d'autunno. Sul dorso del monte si distinguono i solchi profondi scavati dall'acqua, a cui non bastano più gli sfogatoi consueti, e vi fu un anno, nel quale un piccolo diluvio afflisse que' luoghi e poco mancò che uno scoscendimento della roccia non travolgesse nel fiume quei gruppi di case. Certo che in novembre una gita colà non deve aver soverchie attrattive; ma nel maggio un vero soffio primaverile anima tutta la valle, e ti seducono come una cara promessa gli alberi fruttiferi in fiore, e i tralci ricchi di pampini, tanto più belli a vedersi inquantochè siamo nel punto estremo, in cui alligni la vite da questa parte d'Italia.
Chi, dalla Punta, ascende l'erta che mette a Castello, non può resistere alla gran tentazione che ha rovinato Orfeo e la moglie di Lot, quella cioè di guardare dietro a sè e godere ancora una volta del magnifico panorama. E quanto più in alto egli sale, tanto più il quadro gli si presenta compiuto, sinchè un gran martellar sulla pietra che gli ferisce le orecchie richiama ad altri oggetti la sua attenzione. Siamo a Castello, il paese degli scalpellini. La pietra dura che si trova in grembo a quei monti ne alimenta l'industria, e viene anche esportata per la costruzione di vasche per fontane e di pilastri solidissimi, uno de' quali regge imperterrito un ponte sulla Piave, proprio in faccia alla casa del Wiel. Gli abitanti di Castello sortirono una speciale attitudine all'architettura, e le case del villaggio furono edificate di loro mano, e non mancano di regolarità e di buon gusto. Certo essi non possono avere attinto che dallo spettacolo della natura il senso artistico che li governa. Parrebbe a prima vista che delle arti diverse l'architettura fosse quella che meno dovesse ispirarsi agli aspetti stranamente mutevoli del mondo esterno, ella che tende a costringere l'ideale nel letto di Procuste d'una linea castigata e severa; ma v'è nella natura un così ammirando conserto di amabile varietà e di rigida simmetria, che il compasso può trovarvi le sue proporzioni nella guisa medesima che il pennello vi trova i colori. Chi ne dubitasse, non ha che a considerare la relazione che passa fra i grandi stili architettonici e la natura de' paesi ov'ebbero origine. Non era soltanto l'allegria spensierata e voluttuosa dell'Olimpo greco che faceva sorgere i tempî, modelli di grazia e di venustà; il capitello corintìo fu, dicono, suggerito da un vaso di fiori, e furono certo i pergolati odorosi, ove le fanciulle menavano in giro le danze, che insegnarono a curvare in arco la pietra, e diedero il tipo ai lunghi colonnati fuggenti. E così non era soltanto lo spiritualismo cristiano che creava le chiese gotiche misteriosamente solenni: nella guglia eminente che fendeva le nuvole era un ricordo dei nordici abeti; nella oscurità del sacro recinto era una reminiscenza delle patrie selve, contese ai raggi del sole.
Sennonchè ai poveri abitanti di Castello non cadde certo in pensiero di essere iniziatori d'una rivoluzione nell'architettura, nè di edificare monumenti durevoli nel loro umile villaggio. Manca loro lo studio, manca il moto assiduo d'una civiltà che ne fecondi l'ingegno, e devono sudare per vivere alla giornata. Alla popolazione che s'addensa non forniscono più sufficiente lavoro le cave di pietra, e ogni anno, a dieci, a venti per volta, quegl'industri alpigiani abbandonano il loro paesello e trasmigrano per lo più verso la Transilvania, ove s'impiegano come manovali nelle strade ferrate che si stanno costruendo. Mi dicevano, che in non lungo tratto di tempo fossero partiti da Castello oltre a 700 abitanti.
E adesso, o lettore, ne partiremo noi pure, non già per recarci in Transilvania, ma per entrare in Cadore, di cui siam giunti alla porta. Ora soltanto s'alza la tenda: finora non abbiamo assistito che alla sinfonia, ma era la sinfonia del Guglielmo Tell.
II.
Si entra in Cadore. — Termine. — Gli abeti ed i larici, e studî psicologici relativi. — Rivalgo e la difesa del Cadore nel 1848. — Pietro Fortunato Calvi. — Perarolo. — La chiusa dei legnami. — Tai e il suo albergo. — L'oste di Tai e il giuoco delle palle. — Il cappello degl'impiegati regi in Italia. — Scorsa nell'interno del paese. — Il monte Antelao. — Un'ora di passeggiata sulla strada d'Ampezzo. — Pensieri malinconici.
Chi discorre de' paesi nordici senz'averli mai visitati non sa farsi altra idea che di nevi perpetue e di desolati scopeti, e ignora le grazie infinite, e le belle tinte, e i vaghi splendori di una natura settentrionale. La natura è una elegante damina che ha il suo guardaroba d'estate e il suo guardaroba d'inverno, e riesce seducente del pari circonfusa di pelli, o ravvolta di bianchi veli ondeggianti. Di là da Castello ella è in deshabillé affatto: ha smesso il vecchio manto senza indossare il nuovo: la si direbbe quasi peritosa di vestir l'aspetto d'altri climi in una terra così profondamente italiana. E la via corre fra montagne alte, e dirupate, e sterili, ove appena tra sasso e sasso spunta qualche filo d'erba germinato per caso dagli atomi fecondi ivi deposti dal vento. La Piave gorgoglia a una certa profondità sotto il livello della strada, ma la senti senza poter vederla, celata com'è dalla configurazione del terreno. Qua e là un'apertura nella roccia t'indica che sei a una delle cave di pietra, e difatti il suono argentino dello scalpello ti ferisce l'udito e ti accusa la vicinanza di operai invisibili.
Non passa molto però che tu esci da quelle Forche Caudine, e la scena si allarga notabilmente. A Termine, che è il primo paese del Cadore per chi viene dalla parte di Longarone, il letto della Piave si amplia, e monti men desolati succedono alle squallide crode sospese sul capo del viaggiatore durante il breve tratto dopo Castello. Un ponte di legno attraversava una volta il fiume in quel punto, mettendo dalla parte opposta alla strada maestra: ora non ne rimangono che frammenti nei tratti ove l'acqua corre più profonda. Il resto si passa a guado, e mi ricordo d'aver visto delle villanelle che vi diguazzavano fino alle ginocchia con infantile voluttà. Dalla cima del monte scende un'abbondante cascata.
A mano a mano che tu procedi, la corrente ti move incontro più rapida e vedi passarti innanzi con la celerità della slitta le zattere uscite dall'uno o dall'altro degli opificî che si succedono lungo tutta la via.
Ed ecco lentamente le pendici di quelle alture si imboscano, e l'aria odorata di resina ti venta sul viso, e ti sorgono maestosi dinanzi allo sguardo l'abete ed il larice. Chi non conosce questi due bellissimi alberi, a cui toccò in sorte la forza e la grazia? Chi non conosce il colore delle loro foglie, e la simmetria mirabile di quei rami che vanno lentamente digradando sino al vertice e danno alla pianta l'aspetto della piramide? L'abete col suo verde cupo ha qualche cosa di più maestoso e fantastico: la pallida tinta del larice ti attrae e ti riposa più dolcemente la pupilla. Sono alberi aristocratici, e per dirti una mia bizzarra similitudine, a vederli l'uno vicino all'altro e' mi rendono immagine di svelte coppie di ballerini che s'avanzano a passo di quadriglia. L'abete è il cavaliere in cerimonioso abito nero, il larice è la dama che tiene sollevate le falde del bianco vestito per non averne impaccio alla danza. Non mescetevi ai loro convegni, o semplici e modeste piante della pianura e del colle: se vedeste com'essi guardano dall'alto del loro blasone perfino i tassi e le mughe, che pur sono della famiglia! Son proprio patrizi puro sangue: sin nel bisbiglio delle loro fronde v'è qualche cosa di compassato, sin nel dondolarsi delle loro cime v'è un tal quale riserbo aristocratico che non vuol saperne di troppa dimestichezza. Però badiamo bene: essi non appartengono ad una nobiltà frolla e degenere, ma hanno la tempra robusta delle stirpi privilegiate che si rinvigoriscono nei disagi e nelle fatiche. Durano imperterriti i rigidi inverni del Cadore, e in mezzo all'imperversare di quella natura selvaggia ed indomita ben puossi applicar loro il verso di Dante: