Anton Stefano, che era sdraiato, si alzò di colpo e si mise a ridere.
— Mia figlia....?
— Sì, vostra figlia! — non fatemi osservazioni di sorta, perchè ci ho pensato a lungo. La mia età, la mia condizione, la mia moralità, il mio patrimonio, son tutte cose a voi note, nè avete bisogno di attingere informazioni al mio riguardo. Rispondete dunque netto e senza complimenti: me la date, sì o no?
Anton Stefano riaccese lentamente la pipa che si era spenta, si aggiustò il berretto, prendendo tempo per rispondere. La risposta alla domanda di Giuseppe fatta così a bruciapelo, non era così facile a darsi, come il suo parente credeva.
Si avvide subito Giuseppe, dell’impressione prodotta nel vecchio, dalla sua domanda — e se ne sgomentò. Che cosa poteva impedirgli di dare una risposta affermativa, spontanea? Perchè quella nebbia e quell’improvviso cambiamento nel volto del vecchio? Con gli occhi fissi in quelli dello zio, egli aspettò trepidante una risposta, che tardava troppo ad uscirgli dalla bocca.
Dopo aver carezzato a più riprese la sua barba grigia, Anton Stefano, rivolto al giovine gli disse con tono grave e solenne:
— Capirai, Giuseppe, ch’io ti conosco, e che il riceverti come figlio nella mia famiglia sarebbe un onore, di cui andrei orgoglioso. Miglior partito per la mia figliuola non potrei pretendere, nè essa troverebbe. Vi è però un ostacolo grave che si oppone al tuo e al mio desiderio — trattasi di delicatezza, di prudenza, di cuore, e....
— Ostacolo grave?.... di delicatezza?.... Non capisco!
— Ho motivo di credere che Gavina non sia affatto libera di cuore....
Un sudore freddo bagnava la fronte di Giuseppe. A questa rivelazione sentì una mano comprimergli il cuore. Senza volerlo, ripensò allora al contegno strano di Gavina, alla sua perplessità, ai modi singolari, che fin allora egli aveva creduto frutto di timidezza e d’ingenuità.