Qui l'argomento mi trae a violare l'ordine progressivo che mi ero prescritto nel parlare delle venti odi. Salto la tredicesima e la quattordicesima e arrivo all'ode: Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley, aggiungendola al gruppo precedente, di cui ella appare come una conclusione aspettata.
La poetica visione d'oltretomba si dischiude con una parafrasi scultoria del motto di Federico Schiller: per rivivere nella serena bellezza dell'arte le cose fa d'uopo che muoiano prima nella realtà:
L'ora presente è invano, non fa che percuotere e fugge:
Sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero.
..... O strofe, pensier de' miei giovani anni.
Volate omai secure verso gli antichi amori.
Volate pe' cieli, pe' cieli sereni a la bella
Isola risplendente di fantasia ne' mari.
L'ode ci trasporta nell'«isola dei beati», sogno, desiderio, ricerca dei sofi, dei poeti e dei navigatori dell'antichità. La descrive Pindaro nella seconda Olimpiade coi tocchi alati della sua lirica sovrana. Tra i moderni il Tennyson nel più bello, io credo, de' suoi Miti mette la speranza di questa isola in bocca di Ulisse quando esorta i suoi vecchi compagni a riprendere con lui la vita errante dei mari: «...Forse noi toccheremo la felice Isola: forse colà rivedremo il grande Achille, che noi così bene conoscemmo sovr'altri lidi!» Per altro l'isola beata nella fantasia del Carducci assume un aspetto nuovo e tutto moderno. A prima giunta par di riscontrare qualche cosa di contradditorio in questa superba concezione carducciana. Ma giova anzitutto richiamare la parte centrale e più importante del bellissimo quadro:
Ivi poggiati all'asta Sigfrido ed Achille alti e biondi