e massime il secondo, che trasporta a un tratto la fantasia nella solitudine silenziosa di un mondo primitivo. È la rapida magìa di tutti i grandi poeti.
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Quando Daniele De Foë, presa l'idea nuda da un racconto di Alessandro Selkirk, e forse la primissima ispirazione dalla Tempesta di Shakespeare, componeva le sue Avventure di Robinson, egli certo non immaginava che metteva le mani a uno dei libri più avidamente cercati e letti di cui s'abbia memoria.
Gli è che i tempi si erano maturati e volgevano propizi a questo speciale genere di poesia.
Da un lato il logoramento delle vecchie mitologie, dall'altro il dissidio sempre più vivo tra l'uomo moderno e i vecchi ordini sociali, dovevano spingere, anche sull'arte, una potente azione sovvertitrice. Le fantasie cercavano il nuovo; l'uomo sentiva sopratutto il bisogno di un più intimo avvicinamento colla vita universale. I navigatori arditi e romanzeschi avevano aperto vasti orizzonti a invenzioni narrative in cui fosse principalmente protagonista l'uomo di fronte alla natura; l'uomo come cercatore, conquistatore, contemplatore. Il punto culminante poi di questa idealità nuova doveva essere l'individuo umano solo, non d'altro armato che del suo volere e della sua mente, in lotta disperata con gli elementi furiosi e ribelli, con le peripezie inaspettate, coi rischi dell'ignoto. E in mezzo agli episodi delle lotte e dopo di esse, scaturiva naturale dall'anima umana la lirica della contemplazione e del rapimento vittorioso dinanzi a quelle solitudini per la prima volta esplorate, piene di sorprese e di meraviglie. Di qui il fascino e la fortuna immensa del libro di Daniele De Foë.
Ma all'irrequieto orangista della prima metà del secolo XVIII, così acuto nell'osservare ed esatto nel descrivere, mancava una facoltà. Egli non era artista, non era poeta nel senso eminente della parola. Oh certo, se il De Foë avesse veduto il suo Robinson nell'isola deserta del Pacifico, come Sofocle avrà contemplato il suo Filottete sullo scoglio di Lemno, qualcosa ben altrimenti meravigliosa sarebbe uscita dalla sua penna! Invece del romanzo avremmo avuto il poema.
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Quel senso poetico che fa difetto nello scrittore inglese, abbonda invece in Chateaubriand. E notate differenza rispetto a quest'ultimo: nel descrivere l'azione e la passione umana egli è spesso ricercato e iperbolico. Per contrario, dinanzi alle grandi scene di paese egli acquista una castigatezza potente e una precisione mirabile.
Disgraziato l'artista — osservò anche il Gioberti — che si pone a lottare d'invenzione al cospetto della natura fisica! Egli non ha che da osservare e da ritrarre; ma osservando e ritraendo mette in giuoco tutte le sue più riposte e squisite facoltà estetiche. Guardando uno stesso angolo di viali e lo stesso gruppo d'alberi nel bosco di Fontainebleau — è l'About che ce lo narra — Alfredo de Musset, Giorgio Sand e Victor Hugo attingevano tre diversi generi di ispirazione, ognuno bello alla sua maniera: il guardaboschi intanto calcolava freddamente che dieci carri di legna si potevano tagliare da quei begli alberi vecchi e che in quell'angolo di viali c'era spazio adatto per innalzare una bella catasta.
Lo Chateaubriand è pittore esatto ed è poeta. Nelle forme, nei colori e nei movimenti della natura egli coglie l'incognito indistinto che Dante vedeva nell'ingresso del suo Purgatorio. La sinfonia immitativa della foresta, che Riccardo Wagner ha tentato d'esprimere con tutti gli strumenti della sua orchestra, lo Chateaubriand l'ha ascoltata prima di lui, vagando sulle sponde dei fiumi americani: ha sentito cantare l'anima di quelle selve primitive e ce la rende nei numeri della sua prosa, in cui erra, come l'eco di un sinfonismo occulto, misterioso, incantevole... «Quand tous ces fleuves se sont gonfilès des dèluges de l'hiver; quand les tempètes ont abattu des pans entiers de forètes, les arbres dèracinès s'assemblent sur les sources. Bientôt la vase les cemente, les lianes les enchainent et des plantes y prenant racine de toutes parts, achèvent de consolider cos dèbris. Charriès par la vague ècumante, ils descendent au Meschacèbè. Le fleuve s'en empare, les pousse au golfe Mexicain, les èchoue sur des bancs de sable, et accroit ainsi le nombre de ses embouchures. Par intervalle, il èlève sa voix en passant sous les monts, et rèpand ses eaux dèbordèes autour des colonnades des forèts et des pyramides des tombeaux indiens; c'est le Nil des dèserts. Tandis que le courant du milieu entraine vers la mer les cadavres des pins et des chènes, on voit sur les deux courants latèraux remonter, le long des rivages, des iles flottantes des pistias et des nènuphars, dout les roses jaunes s'èlèvent comme de petits pavillons. Des serpents verts, des hèrons bleus, des flamants roses, de jeunes crocodiles s'embarquent passagers sur les vaisseaux de fleurs; et la colonie, dèployant au vent ses voiles d'or, va aborder endormie dans quelque anse retirèe du fleuve....»