Questa sentenza del De Sanctis viene dopo una investigazione del tipo di Francesca come si formò e visse nella visione ideale di Dante; e nella terribilità di quell'immediato confronto troppo si spiega la severità del giudizio. Già all'audace giovane saluzzese aveva ammonito il Foscolo: — Lascia stare i morti di Dante; farebbero paura ai vivi! — Ma messo in disparte Dante, dal quale in sostanza nulla di essenziale prese il Pellico, tranne la reminiscenza del «libro galeotto» goffamente spostandola e più goffamente ancora intercalando, fra i suoi, due versi del canto V, contentiamoci di considerare la Francesca nella linea storica del nostro teatro tragico. Qui si comprenderanno anche i pregi del lavoro e si avrà la spiegazione della costante fortuna che ebbe e che non gli è ancora del tutto cessata dinanzi al pubblico.

Chi legge, non più l'Alfieri, ma le tragedie degli imitatori che in quel tempo pullulavano e hanno seguitato pur troppo fino al nostro tempo, vede che dalla serrata rapidità dell'azione e dalla energica interezza dei tipi siamo passati ad una specie d'immobilità declamatoria e ad una secchezza addirittura extraumana. In quelle condensazioni, tutte meccaniche ed esteriori, ogni spirito di vita è sempre più eliminato dal dramma. Oramai si è ridotti ad aspettare quasi tutto l'effetto da certe battute sentenziose dei personaggi, facendo assegnamento sulla corrispondente mimica degli attori. Intorno all'Ajace che il Foscolo stava componendo, Camillo Ugoni scriveva allo Scalvini: «Non mi ricordo delle parlate lunghe e importanti, se non che sono eminentemente belle, ma i brevi tratti sublimi mi stanno in mente:

Un araldo: Ajace re de' Salamini.

Agamenone: Attenda.

Che grande zittìo nel teatro allora! Che brivido farà nascere questo «attenda» pronunciato da un attore che conosce la dignità e la maestà della scena! Che torrente di fuoco e di bile magnanima e di forsennatezza guerriera sarà per quell'Aiace! «Scalvini mio, io vorrei dirlo questo attenda!...» Più sotto la lettera prosegue: «E quel saluto così omericamente maestoso in bocca di Teucro e diretto all'Atride,

T'onori Giove, o re dei forti!

Dimmi, quel saluto non ti alza egli quattro palmi da terra?» Bellissima cosa senza dubbio; ma lasciando anche da parte Sofocle e Shakespeare, è certo che nemmeno i tragici francesi del buon secolo erano arrivati mai a elevare di tanto i discorsi sull'azione e il valore astratto delle sentenze sull'atteggiamento vivo e personale dei caratteri.

Ora qui sta il nuovo e il buono della Francesca di Pellico. Chi non lo vede? Il tipo della protagonista discende d'un tratto immenso dalla luminosa altezza poetica in cui Dante ce l'aveva mostrata; l'azione tragica è meschinella, l'andamento scenico è impacciato e tautologico, lo stile invero è scialbo, i versi hanno spesso appena appena quel tanto che basta perchè non si debbano dire dei versi zoppi... Eppure noi sentiamo in questa tragedia un'aura insolita di vita, che ci attrae e ci appaga. Nel suo breve ambito sentiamo la pietà e il terrore di un dramma vero; sentiamo umanamente veri i personaggi e passanti per quella varietà direi quasi accidentale di motivi psicologici, che ci fa fede della naturalezza e della sincerità delle loro passioni; e per questo li amiamo e ci appassioniamo di loro. Lanciotto (novità arditissima a quel tempo) non è il solito tiranno alfieriano o alla francese, che accampa la sua indomita ferocia e vi si drappeggia dentro come antitesi d'obbligo con l'amore e col dolore degli altri personaggi. Bellissimo carattere questo di Lanciotto e generato vivo vivo da una facoltà veramente personale del poeta. Fin dalla sua prima scena con Guido, sentiamo, che egli darà forse un fiero colpo alla tragedia dell'amore, mettendo in una penosa controversia i moti della nostra pietà; ma egli trionfa sulle morbide suggestioni del nostro egoismo di spettatori parziali; e si finisce con ammettere volentieri che egli trionfi.

. . . . . . . . . . O Guido!

Quando canute avrò le chiome anch'io,