Altri tempi, o Signore! Adesso invece sono i nostri maestri che vanno tutti, se non coi piedi, certo collo spirito in Germania e in Francia e là sentono il bisogno di attingere i criterii e i procedimenti dell'arte! Vi ha però una differenza. Nel secolo passato i buoni maestri tedeschi venivano in Italia, pagavano il loro grande tributo alla maniera italiana, ma da codesta didattica, da codesta specie di ginnastica, ritraevano una forza propria con la quale giungevano poi a belle creazioni originali; e dopo l'Idomeneo nasceva il Don Giovanni; e dopo il Trionfo di Clelia nasceva l'Alceste. Questi scolari della musica italiana insomma si chiamarono Hendel, Hasse, Glück, Mozart, Haydn; e si chiamarono dopo Niccolai e Mayerbeer, Nidermayer; mentre da trent'anni a questa parte, (sarà una disgraziata combinazione!) non abbiamo ancor visto nessuno dei giovani peregrinanti nelle regioni dell'avvenire tornare in Italia così musicalmente forte da piantare orme profonde, durevoli e gloriose.
II.
L'Italia nel secolo scorso conseguiva e manteneva questo grande primato perchè essa in sostanza dava alla musica tutti i suoi elementi più geniali e più vitali. Cominciamo dalla lingua. Era convincimento universale formulato poi in parole entusiaste da Gian Giacomo Rousseau nella prefazione al suo Dizionario, che la nostra lingua, così felicemente contemperata di vocali e di consonanti, colle cadenze delle parole nelle quali la voce può a piacimento indugiare ed espandersi, fosse non solo la lingua più acconcia alla musica ma la lingua esclusiva della musica. Il Rousseau arrivò a dire che non sapeva immaginare ottima musica se non modulata sopra parole italiane, anzi sopra versi di Pietro Metastasio!
L'Italia dava alla musica di tutta Europa i maestri, i metodi, la melodia, il bel canto, i cantanti. Fermiamoci un poco ad esaminare il fenomeno della grande feracità del suolo d'Italia nel produrre esecutori perfetti. L'idea che di qua dalle Alpi solamente la natura formasse le ugole perfettamente idonee al bel canto, è stata ormai sfatata dalla fisiologia e dalla esperienza. La sola legge che spiega davvero questo fenomeno è la solita costante e universale di ogni produzione; la legge della richiesta.
Guardate il nostro secolo. Nella musica del secolo decimonono è venuto acquistando invece sempre maggior prevalenza l'elemento polifonico orchestrale. Esso infatti cominciò colla prima delle nove sinfonie di Beethoven, la quale fu precisamente composta nel 1800. Ogni decade di questo secolo segna un incremento continuato dell'elemento polifonico orchestrale, il quale va aumentando in tal misura, tanto nelle opere teatrali che nella musica extra teatrale, che noi non potremmo scompagnare più i due elementi. Ditemi voi che cosa diventerebbe il Crepuscolo degli Dei di Wagner separato dall'elemento polifonico che tutto lo avvolge, lo compenetra e lo commenta?... Invece nel secolo passato la musica, massimamente teatrale (ed è di questa che io intendo solo di occuparmi) quasi tutta consisteva nella ricerca di affetti mirabilmente significanti per mezzo della voce umana. Facendo ora riscontro all'esempio citato di Wagner e del Crepuscolo degli Dei, io dico che se voi sopprimete l'orchestrale alla “Serva padrona„ o al “Matrimonio segreto„, di certo voi toglierete qualche particolare grazioso; toglierete anche un substrato armonico, di tanto in tanto assai piacevole. Ma la sostanza dell'opera, ma il dialogo musicale permane in tutta la sua integrità, e diciamo pure anche in tutta la sua efficacia; o con una ben piccola differenza.
III.
Similmente, o Signore, per spiegare il grande trionfo delle voci, bisogna riferirsi alla legge della richiesta. Più si è andato svolgendo nel nostro secolo la sollecitudine per l'incremento orchestrale, più vedemmo crescere lo spirito d'invenzione e lo studio intorno agli strumenti. Ecco che al violoncello e al contrabasso è stata aumentata la quarta corda, ecco che quasi tutti gli strumenti si sono migliorati nei registri, nell'estensione, nell'agilità, nella dolcezza, nel timbro vario della voce; ecco che molti anche se ne sono inventati di sana pianta; anzi le invenzioni si moltiplicarono in modo che ad un Congresso musicale tenutosi in America due anni fa, fu emesso un voto per infrenare piuttosto che incoraggiare tutta quella smania produttrice e inventrice. Nel secolo passato un somigliante fenomeno si avverava in Italia rispetto alla voce umana e rispetto al bel canto.
Qui era la gran base; e qui naturalmente nasceva la gran gara. I maestri del secolo passato prendevano in mano la voce umana, permettetemi la similitudine, come gli orafi fiorentini prendevano in mano i gioielli preziosi; e la brunivano e lavoravano in tutti i modi fino a renderla opera perfetta e impeccabile; la sfaccettavano in tutti i sensi come un brillante meraviglioso di cui si volevano rendere tutti i lumi e tutti i riflessi. L'insegnamento del bel canto, nel secolo passato tendeva insomma a dare alla voce tutta quanta la sua immaginabile virtuosità nell'estensione, nella solidità, nel timbro, nell'agilità, nei passaggi, nei tempi rubati — quei preziosi tempi rubati con cui l'esperta malìa del cantante si compiaceva come a tormentare la misura del canto, creando nell'animo degli ascoltatori una specie di deliziosa perplessità, la quale si convertiva poi in una squisita dilettazione, quando, verso la cadenza, il tempo rientrava nella sua musicale normalità.
Tutto questo formava un grande insieme di teorie e di pratiche magistrali, elaboratissime, delle quali non abbiamo adesso un'idea. Adesso i nostri giovani apprendisti della musica esecutiva studiano in media un anno e mezzo, poi si lanciano sulla scena ad eseguire promiscuamente il Barbiere di Siviglia, il Trovatore, il Lohengrin. Allora la sollecitudine didattica dei maestri si proponeva di spremere tutto quanto era nelle viscere, per così dire, della voce umana, traendola fino agli ultimi limiti della natura.... Anzi non si contentarono! E quando arrivarono a quegli ultimi limiti essi non dubitarono di violarli crudelmente, sacrilegamente, creando i sopranisti. Se è vero ciò che hanno detto alcuni storici che molte delle crudeltà di Nerone furono procurate da certa sua effervescenza estetica e da una cupidità artistica non contenuta nei confini del naturale, bisognerà anche rassegnarsi a credere che i nostri padri furono veramente dei neroniani.... Indarno qualche delicato spirito protestava; indarno l'austero Parini tuonava con la celebre ode: “Oh misero mortale — Ove cerchi il diletto? — Ei tra le placid'ale — Di natura ha ricetto. — Là con avida brama — Sussurrando ti chiama. — Aborro in su la scena — Un canoro elefante — Che si trascina appena — Su le adipose piante. — E manda per gran foce — Di bocca un fil di voce.„