Basta poi scorrere il romanzo Thäis, per convincersi di quanta ricchezza di fantasia e di che sentimento di modernità, nelle idee e nelle forme, il France abbia saputo valersi. L'ascetismo cristiano delle antiche Tebaidi ci torna innanzi signoreggiato e trasfigurato da un concetto filosofico e da un sentimento artistico. Uno spirito nuovo ci trasporta a immensa distanza dalla umile coscienza della monaca tedesca che sentiva e scriveva prima del Mille. Ma, appunto per questo, è ricco d'interesse e d'insegnamento il vedere come l'ingegno umano possa diversamente investigare un medesimo soggetto, e renderlo vivo nei colori dell'Arte.

PAOLO FERRARI

Anche gli ammiratori meno caldi del teatro del povero Paolo, in questo debbono convenire; ch'egli, quasi da solo, diede i segni di un forte risveglio e suscitò delle nobilissime speranze per la letteratura nazionale.

Quel decennio che corse dal 49 al 59, così denso di preparazioni e di apparecchi per l'avvenire politico d'Italia, fu per le nostre lettere un decennio fiacco e sconclusionato. — Il Manzoni, ritirato e quasi nascosto a Brusuglio, pensava alla botanica, alla rivoluzione francese e a Dio: il Nicolini invecchiato del corpo e della mente, ruminava in qualche stanco sonetto le sue ultime ire ghibelline: il Giusti era morto. — Epigoni e imitatori pullulavano da per tutto; e la mediocrità letteraria, come una vasta acqua stagnante, si distendeva da Torino a Palermo. Il Prati e l'Aleardi si toglievano è vero dal mediocre; ma nella voce e nel volo di quelle due liriche individuali nessuno avrebbe avuto il coraggio di sentire soddisfatti tutti i bisogni, tutti gli orgogli e tutte le speranze di un popolo che voleva civilmente risorgere. Nessuno ho detto, e nemmeno quel critico burlone, che un giorno, subito dopo il nome di Dante aveva scritto il nome d'Aleardo Aleardi...

Eppure, entro quell'atmosfera bigia di mediocrità, a un tratto si vide passare come un bel razzo luminoso; e fu la speranza di vedere nascere, vitale e raggiante di tutte bellezze, la moderna commedia italiana!

E il merito fu tutto di Paolo Ferrari da Modena. Bisogna ricordarsi bene degli uomini e dei tempi per dare un giusto prezzo a queste cose. Se il Ferrari avesse potuto rappresentare le sue prime commedie dieci o venti anni prima, nessuno sa quante e che eloquenti pagine gli avrebbe dedicato il Gioberti in quel suo Primato, ove sotto a molte mezzane e piccole figure l'abate torinese aveva pensato bene di mettere, per carità di patria, dei piedistalli monumentali.

Pare che la commedia goldoniana non trovasse la vita italiana abbastanza permeabile per trasferirsi in lei e penetrarla tutta, trasformandosi via via ella stessa in commedia nazionale. Molti studiarono questo problema della nostra letteratura e accennarono a diverse cagioni. La verità è, che il teatro di Goldoni non ebbe per noi quella espansione benefica e decisiva che esso meritava di certo e da molti si sperò ch'egli avesse. L'Italia (per ripetere la frase di Voltaire) non venne liberata dai Goti. La commedia goldoniana rimase per il nostro teatro un bellissimo episodio; e continuò a ridere da tutte le nostre scene come una eco giuliva del vecchio carnevale veneziano. Ma nulla più.

Seguirono settant'anni di miseria senza dignità. Mentre la Melpomene italica, a certi intervalli, poteva ancora mostrarsi in aspetto di regina, la sorella Talìa vivacchiava di ripieghi e di elemosine.... Come potevano i pubblici delle diverse città d'Italia non levarsi in entusiasmo e non abbandonarsi a sconfinate speranze, quando, proprio là in mezzo a quel tristo decennio letterario, in mezzo a quell'ansioso decennio politico, videro la commedia nostra dare a un tratto segni di vita gagliarda, e lo stesso Carlo Goldoni “in persona„ comparire sorridente sulle nostre scene, in mezzo all'Alfieri e al Parini, per ricordarci il passato e propiziarci l'avvenire?

L'avvenimento oltrepassava i confini dell'arte e gettava un soffio di animazione balda e giovanile per tutta quanta la vita del paese. Allorchè il Conte Camillo di Cavour e Urbano Rattazzi andarono in un camerino del teatro Re di Torino a stringere la mano a Paolo Ferrari, essi intesero l'opera del commediografo meglio che due professori di estetica.