Delle facoltà latenti e dormienti in fondo alle anime si svegliano a un tratto e danno splendori inattesi: la simpatia delle cose, muta per lo innanzi e nemmeno sospettata forse, dischiude la fonte della curiosità, delle meditazioni, dei sorrisi e delle lagrime. Una idea fissa si arrampica sopra tutte le altre, le governa e le tiranneggia; quella della evasione, per esempio. A Severino Boezio la Filosofia comparve nel carcere indegno, e gli fu prodiga di consolazioni nobilissime; ma quando il libro De Consolatione fu messo nelle mani del Casanova, l'avventuriero veneziano, tutto intento ad un solo oggetto, la fuga dal suo carcere, dichiarò che non seppe che farsene. “La seule pensée qui m'occupât était celle de m'enfuir; et, come je n'en trouvais pas le moyen dans Boèce, je ne le lisais plus!„
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Se venisse in mente a taluno di ordinare in una biblioteca speciale tutti i libri autobiografici di narrazioni carcerarie, si vedrebbero, io penso, aspetti singolarissimi dello spirito umano e documenti per la storia e per l'arte curiosissimi.
Non mi metto nelle enumerazioni, anche sommarie, perchè andrei chi sa quanto in lungo. Ho sul tavolo l'ultima pubblicazione di questo genere; ed è La prigionia di Hercol Fantuzzi narrata da lui, edita dal mio bravo amico Corrado Ricci[3]. Altro che processo degli untori e altro che Colonna infame! Dati i pregiudizi dell'epoca, gli inveterati errori giudiziari e i terrori di una grande calamità pubblica, quelle enormità in qualche modo si spiegano. Ma qui nel racconto del gentiluomo bolognese, indegnamente carcerato e torturato perchè non voleva servire alla cupidigia vendicativa di un cardinale, viene rivelato, con una evidenza spaventevole e raccapricciante, tutto l'orrore di quel mondo giudiziario e carcerario, durato, su per giù, fino al secolo scorso in queste terre di principi cristiani. Gli arbitrii, i garbugli, le false testimonianze, le falsificazioni negli atti e negli interrogatori sono passati in abitudine continua e i colpevoli nemmeno si degnano di scusarli e dissimularli. Il cavalletto, la ruota e la corda sono in assiduo moto ad ogni reticenza, ad ogni resistenza nell'imputato a confessare tutto quello che il giudice s'è messo in testa che confessi.
L'abitudine crea quasi l'indifferenza; e un senso di lugubre facezia si mescola a tutto quell'apparato di crudeltà e d'infamia. I falsi testimoni entrano mangiando e sghignazzano e dicono barzellette in faccia all'imputato che essi cercano d'assassinare. Il giudice, mentre il povero Fantuzzi è sospeso alla corda, gli passeggia sotto ghignando e gli chiede ogni tanto in tono canzonatorio: come state, messer Ercole? E quando quel disgraziato è ben rotto e sanguinoso della persona, gli fa mettere ai piedi una catena di ferro del peso di sessanta libbre e gli niega il medico e gli niega il prete, perchè sia più presto ridotto a dire ciò che è nel desiderio di esso il giudice e del suo eminentissimo padrone che dica. Chi stupisce di tanta enormità? Nessuno. Lo stesso Fantuzzi si lagna, è vero, amaramente dei mali patiti, ma la nota della sorpresa non appare quasi punto nel suo scritto. Allora le cose andavano, d'ordinario, a quel modo. Perchè stupirne? E questa è davvero filosofia della storia in azione!
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Ma io sospetto, cara Matilde, che invece di queste mie divagazioni, più d'un lettore avrebbe gradito ch'io fossi stato fermo con la mente al vostro libro e mi fossi disteso a riassumerlo e a ricamarvi sopra commenti e note. O grande vanità della nostra critica! Un racconto sbagliato è come una gamba storta o una mano con sei dita. Tutti vedono il difetto e sanno anche indicare il modo con cui si sarebbe potuto evitare. Ma quando ha davanti a sè un racconto riuscito, che cosa può fare la critica? Almanaccare perifrasi e prodigare aggettivi. Il vostro, amica mia, è un racconto riuscito mirabilmente, tanto che io non esito a dichiarare che con esso voi avete toccato un alto segno non prima raggiunto da voi, che pure al vostro attivo, come dicono, contate già di gran belle cose.
Mi auguro e spero, per voi e per le lettere nostre, che vi duri lungamente questa vena forte e felice, questa potenza di rappresentazione dilettosa, questo segreto di far passare nei vostri lettori il senso vivo delle cose e le passioni degli uomini; questo mirabile prestigio di colorito congiunto a così squisito criterio della misura.
E al vostro primo romanzo sbagliato, vi dedicherò un lungo articolo.