Ancora: si vuole dal Wagner che le sue rappresentazioni abbiano un tale suggello di verità drammatica da poter gareggiare colle tragedie propriamente dette, mantenendo, per soprammercato, di proprio il fascino ideale della musica. Però riduce il canto vocale a minimi termini, se pure del tutto non lo uccide, e vuole che di altrettanto si allarghi la efficacia dell'azione e della declamazione scenica. La cosa, guardata così in astratto, sembra giusta ed effettuabile. Vi si promette la somma di due quantità ridotte, maggiore d'ognuna delle due separatamente prese; dunque ci si guadagna un tanto. Ma il guaio si è che l'arte non si presta a tali combinazioni aritmetiche, e i risultati tradiscono anche i calcoli meglio studiati. E i risultati, nel caso nostro, sapete che cosa ci danno in pratica? Cantanti che sono tali poco più che di nome, perchè Wagner ha tolto loro la soggetta materia: e per converso declamatori, che resteranno invariabilmente intorno al mediocre, avendo pure ingegno elettissimo, perchè anche solo il tempo, le scale e le note tenute saranno sempre ostacolo insuperabile alla perfetta verità dell'azione e della declamazione. — La prova di Bayreuth ha terminato di persuadermi che, se sono da fuggire gli abusi del canto convenzionale e fiorito, non si fugge il convenzionale e si perde efficacia, smezzando l'artista fra il cantante e l'attore alla maniera, che Wagner vorrebbe. Nel trattare ogni artista l'arte sua ne secondi l'indole, tenga ferme le affinità coll'altre arti, ma si guardi bene dal non rispettarne anche le differenze. Poi, quando ha compito il suo debito, lasci al pubblico (a cui tocca e che sa farlo) di ricomporsi dentro l'animo in ordine di forte unità e di perfetta verosimiglianza ciò, che egli ha raffigurato colle forme consentite dalla sua arte.
Io intendo ed ammiro la Malibran che canta Desdemona e Salvini che declama Otello: non so più nè intendere nè ammirare un quid medium artificiale, cavato dai due e che ne assommi più i difetti che i pregi, anzi taluni pregi converta addirittura in difetti. E a questo approda appunto l'attore-cantante voluto da Wagner.
Faccio un'ultima obbiezione. Tutte le arti nel loro svolgimento storico noi vediamo procedere per gradi verso il facile e il piacevole; che se avviene il contrario, gli è solo quando siensi trascorsi di troppo i limiti verso il leggiero e il lezioso. Così noi nella nostra letteratura avemmo la riforma di Parini o d'Alfieri legittimamente provocata dai lezii degli Arcadi e dei Metastasiani. Fu riforma vera, perchè rispondeva a' veri bisogni del tempo e dell'arte. Ma certo niuno dirà che la musica teatrale ai nostri giorni, nè in Italia nè in Francia e nemmeno anche in Germania, si trovi in tali condizioni di smodata facilità e volgarità da porgere motivo ad una riforma così fondamentale e violenta come quella, che Wagner vorrebbe imporle.
La Tetralogia dei Nibelungi rimarrà adunque un monumento meraviglioso dell'ingegno e dell'audacia innovatrice del suo Autore, ma non inizia, a mio credere, un periodo di riforma teatrale. Fra il pubblico accorso a Bayreuth era il fior fiore di quanto avvi di più schiettamente wagneriano in Europa: ciò nonostante l'entusiasmo parve più voluto che sentito e il trionfo più completo nelle forme che nel sentimento, ond'erano mosse. Si ammirò sempre, ma l'ammirazione era accompagnata da un senso di fatica crescente. Radi e fugaci gli sprazzi di vera luce abbagliante; in un punto solo, la «canzone della foresta» nel Siegfrid, quel «torrente di gioia» che Wagner vuole si domandi alla musica. Allorchè qualche poco di melodia o di vero movimento ritmico entrava nel canto per gli spiragli dell'implacabile melopea, avreste detto che per la sala alitava d'improvviso un fresco venticello a ristorare quell'atmosfera infuocata: e ciò (notavami un valentissimo compositore tedesco e ammiratore del Wagner) era forse la più calzante obbiezione al sistema. Gli applausi davvero caldi ed unanimi al palcoscenico furono due: uno per il Coro bellissimo e ben ritmato delle Walchürie; l'altro (oh indegnità!) per alcuni bei la squillanti del tenore Vogel, proprio come succede ad ogni più volgare e sensuale pubblico italiano. Naturam expellas furca, tamen usque recurret. — Ad ammirar tutto e commuoversi di tutto quanti rimasero? Pochi invero; e questi più che un pubblico speciale, come vorrebbe chiamarli l'egregio Filippi, io li chiamerei i membri di una specie di mormonismo musicale, una congregazione vera e propria di iniziati, che applicano alla nuova musica di Wagner come ad un sistema filosofico[12] o ad una disciplina religiosa.
La pura critica d'arte non ha modo di intendersi con loro, che saranno magari superiori ad essa, ma in ogni modo sfuggono al suo dominio.
Quanto a me, resto fedele al Wagner della prima maniera, alla musica melodrammatica del Lohëngrin, del Vascello fantasma e del Tannhäuser, la quale malgrado le sue pecche (e quale opera d'arte non ne ha?) ha già da un pezzo meritamente guadagnato tutti i pubblici di Germania, e guadagnerà, ne son certo, anche quelli di Francia e d'Italia. — Bisogna distinguere due Michelangioli, ha detto il Selvatico con ragione: quello spontaneo, meraviglioso, divino della Cappella Sistina, e quello strambo, ricercato, contorto e forse stanco della Paolina. A Bayreuth, tuffato per lunghe ore là in quel buio mistico, ho pensato più volte al detto di Selvatico... e quel teatro mi pareva la Cappella Paolina di Riccardo Wagner.