Per questo qualche lettore de' Miei Ricordi è rimasto, come si dice, a bocca dolce non trovandovi narrato della vita giovanile di Massimo nessuna di quelle pagine galanti con cui (confessa l'autore) si sarebbe potuto mettere insieme un bello e saporoso volume. Io penso che l'autore avrebbe saputo scriverlo da par suo, cioè con signorile delicatezza; ma non ha voluto, e tal sia. Fra i disillusi nell'aspettazione confesso, amico lettore, d'essere stato anch'io: ma confesso pure che mi sono reso convinto alle ragioni, che l'autore dà del suo tacersi, e ripentito sinceramente di quell'indiscreto desiderio. — Vedetele al Capo XV de' Miei Ricordi.
II.
Ogni uomo insigne, ha notato Dollfus, spicca tra la schiera de' suoi pari per una certa qualità peculiare dell'animo, che è come la nota caratteristica non solo per distinguerli, ma anche, e principalmente, per capirli. Carattere di Massimo d'Azeglio direi la massima spontaneità; e questa a me pare di riscontrarla costantemente in tutta la sua vita privata e pubblica, come in tutte le sue opere d'arte.
Dopo una prima gioventù passata nell'«ozio senza riposo» nelle frivolezze e nelle capestrerie d'ogni genere a cui poteva abbandonarsi con tutta sicurtà un marchesino ed un uffiziale di quel tempo, Massimo d'Azeglio risolve di diventare uomo davvero. È la potenza della retta indole sua, che si risveglia; sono i germi della santa educazione paterna, che danno i loro germogli. Il suo intelletto è brullo d'ogni soda cultura; ed eccolo d'oggi in domani ad uno studio indefesso e arrangolato, da benedettino. L'animo è sfibrato nelle fatuità d'una vita galante; ed eccolo tutta serietà e forza d'alti propositi; nuove abitudini, nuovi amici, nuove passeggiate, vita nuova. Dopo quel primo fervore di morale rigenerazione egli sente levarsi dalla sua coscienza una voce dolcemente autorevole che lo chiama alla pittura, e il marchesino diventerà povero artista, lascierà la patria, la famiglia, gli amici per recarsi in Roma a correre solo il difficile arringo dell'arte, ad incontrare Dio sa che disagi e traversie. — Tutta la vecchia nobiltà torinese è commossa di questo scandalo, le vecchie dame levano le palme chiedendo misericordia per il povero traviato. D'Azeglio si lascia dietro il cicaleccio di tutto questo mondo decrepito e insipiente, ed entra nella città eterna, dove pochi anni avanti aveva splendidamente vissuto, con un mingherlino bagaglio d'artista e corto a danari. Compra panni usati, campa a stecchetto e studia furiosamente, la mattina col lume, e la sera fino tarda notte. Compìto il primo tirocinio nell'arte del disegno, si mette per la Campagna Romana per ritrarre quegli stupendi luoghi ed imprimersi nell'animo quel giusto sentimento del vero senza il quale non si dà vero artista. A Sant'Elia e a Rocca di Papa, colle tentazioni della capitale a poche miglia, vive i lunghi mesi poveramente dentro catapecchie d'alberghi, in case disabitate e in mezzo alla mal'aria, tutto intento a sorprendere e far sue nella solitudine quelle voci che «a' suoi devoti invia natura.» Breve; a capo di qualche tempo Massimo d'Azeglio è uomo rifatto, e per giunta un paesista rivale di Verstappen, di Hackert e di Bassi.
A quanti non sarebbe parso d'aver fatto abbastanza! Ma nell'animo d'Azeglio ferveva quella moltiplicità di attitudini artistiche, che paiono privilegio degl'italiani: in fatti tu lo crederesti un successore e un erede diretto di quella maravigliosa generazione da cui rampollavano Leonardo da Vinci, Leon Battista e Michelangelo. — Un giorno dipingendo quel bell'episodio di storia patria, che è la sfida di Barletta, gli balena alla mente l'idea di scrivere un libro, che illustrando quel fatto, dia campo a lui di esprimere colla parola quel tanto della poesia del suo animo, che non trova nell'opera del pennello bastante significazione; e gli dia materia nello stesso tempo per un libro, che rinfuocasse anche una volta gl'italiani nel sentimento di loro dignità nazionale ed in quelle aspirazioni di libertà, che allora fortemente sobbollivano per tutte le provincie della penisola. «Al calor del dipingere aggiuntosi così il calore dello scrivere, mi gettai a furia nel nuovo lavoro; e dove avrei dovuto far ricerche storiche sui tempi, ricerche topografiche, artistiche sui luoghi, e, meglio ancora, andarci, vederli, farli miei per poterli descrivere, ebbi appena tanta pazienza ch'io leggessi le pagine relative del Guicciardini; e cominciai subito la scena della piazza di Barletta sull'Avemaria ecc.» Vedete con che disinvoltura il D'Azeglio di pittore diventa romanziere, e per giunta romanziere politico. È fatuità od audacia? No; è la ragionevole baldanza di chi ha sicuro convincimento del suo potere. Colla stessa disinvoltura egli farà, quand'occorra, l'agitatore politico, poi il generale, poi il presidente del Consiglio de' ministri, poi il governatore di Milano, e altre cose ancora. Sono tanti germogli, che sorgono spontaneamente da un unico tronco. L'immenso plauso popolare, che accoglie il primo sorgere della sua fama, non gli dà il capogiro; quando questo plauso andrà scarseggiando e accennerà a venir meno del tutto, troverà lo stesso uomo sicuro di sè, che con una crollata di spalle e con un epigramma domina tutto questo flutto di vicende procelloso e bizzarro. «La sua benedetta smania di facilitare ogni cosa» che egli nota nella sua fanciullezza, diventerà, governata a dovere, la più bella singolarità e la forza più operosa della sua vita.
Non si creda però con questo che per raggiungere la rettitudine della vita e per avviarsi alla varia eccellenza dell'arte, Massimo d'Azeglio non si sia adoperato con tutte le forze dell'animo perseverando contro ostacoli d'ogni fatta. La spontaneità nelle opere d'arte è sempre frutto dissimulato di ricerche lunghe e laboriose, che si compiono nella coscienza e nello studiolo dell'artista; così è in tutte le cose degne della vita. In uno de' più bei luoghi de' Miei Ricordi l'autore ci mette un poco addentro al gran lavoro segreto, che gli fruttava infine il conseguimento di quelle sue morali vittorie. Quanti ostacoli e quanti combattimenti! Gli spedienti messi in pratica mostrano che egli non risparmiò nulla per vincersi e rinnovarsi; e ve n'ha alcuni, che guardando alla corteccia, parrebbero puerili, ma nascondono un severo ammaestramento, che non si dovrebbe dimenticare. Ecco come esercitava quella che egli chiama la ginnastica del sacrifizio. «Mi venivo esercitando in piccole cose; verbigrazia, rinunziare ad un divertimento, durare in una fatica mezz'ora di più ancorchè stanco, alzarmi un'ora prima, differire di bere o di mangiare, ancorchè affamato od assetato, e via via[25].» Così fu e sarà sempre. La conquista del bene è cosa ardua, e la virtù, se non è operosa a tempo e a tempo battagliera, è una ciurmeria bella e buona, che ne porta l'apparenza ed il nome. Essa deve combattere contro delle forze malevole, che sono innegabilmente in noi, deve fare impeto contro i ribelli istinti, che tumultuano nel nostro cuore e contro gli allettamenti esterni d'ogni sorta, che c'invitano al male. In Grecia e in Roma la ginnastica del sacrifizio si riduceva a sistema, indurando i corpi nelle fatiche e nelle privazioni, le volontà negli ostacoli; però ricorrono frequenti nelle biografie di quei grandi antichi le ricordanze del modo deliberato con cui essi s'avvezzavano a soffrire la fame, la sete, il freddo ecc. Il medio evo adoperò cilici e mortificazioni spietate, ma non può negarsi che colle esaltazioni e gli avvilimenti del misticismo fiorirono allora anche grandi virtù private e pubbliche. La virtù facile e piana, la virtù in panciolle e sempre e solo sorridente, è trovato moderno; e tale è l'albero, tali i frutti. Massimo d'Azeglio si tenne al vecchio metodo; però debitamente quando gli si vuol tribuire una lode, che dica molto in poco, lo si chiama un'anima antica.
Come ognun vede io non dò un sunto de' Miei Ricordi. È un libro, a mio credere, che non si riassume. Fu mio intendimento cogliere da esso qualche riflessione opportuna e far rilevare in esso qualche tratto distinto ed esemplare dell'illustre autobiografo. Massimo d'Azeglio, così colla vita come negli scritti, ebbe sempre di mira il bene d'Italia e degl'italiani, e non è pagina di questo libro dalla quale non possiamo trarre un ammaestramento. Si apre raccomandando a noi la più necessaria delle virtù civili «quella dote preziosa, che con un solo vocabolo si chiama carattere;[26]» la virtù che meno d'ogni altra abbiamo, e la cui mancanza ci procacciò e ci procaccia i più grandi mali. Esso si schiude raccomandandocela con tutta l'autorità e l'affetto sacro d'un moribondo; «ricordo agli italiani che l'indipendenza d'un popolo è conseguenza dell'indipendenza dei caratteri.» Il libro poi è senza interruzione una conferma di questo voto del suo cuore: ed egli poteva arrogarsi il diritto di ammaestrarci e rimbrottarci, egli, la cui vita privata fu un modello di umana e civile dignità, la cui vita pubblica si può riassumere nella pratica di quella sua sentenza: «ricordiamo che l'amore della patria è un sacrificio, non un godimento[27].»
Resterebbe in ultimo a dire alcuna cosa sulla forma dell'opera. Io, a costo di perdere per sempre la speranza di diventare accademico della Crusca, confesso d'aver dimandato a me stesso, quanti libri si sieno scritti in Italia bene come questo, dal Gozzi in poi; indi aver concluso che pochi, pochissimi. E questo per una ragione assai semplice: nella lettura de' Miei Ricordi io non mi sono mai imbattuto ad un pensiero, che vada faticosamente in traccia della parola e della frase che deve esprimerlo. Di quanti libri si può dire altrettanto? Anche qui domina quell'aurea spontaneità che dicemmo essere sembrata a noi la nota luminosa del carattere dell'Autore. — Sulle opere d'arte di Massimo d'Azeglio, sui suoi romanzi come sui suoi dipinti, la critica ha omai fatto un aspro lavoro, che è, pur troppo, non ancora compiuto. Ma il libro de' suoi Ricordi rimarrà, non solo come un gran documento storico, ma come una delle prose migliori del nostro tempo; nè mai, cred'io, ebbe migliore dimostrazione quel pensiero di Giacomo Leopardi in cui afferma che, parlando o scrivendo di sè stessi i grandi autori appaiono sommi e i mediocri s'avvicinano ai grandi.