La poesia tedesca, per chi la intenda ne' suoi accordi fondamentali, suona come un grande inno alla vita, alla umanità ed alle sue speranze. Il Faust, edificio sacro entro il quale non so perchè andiamo sempre a cercare di preferenza gli anditi bui, i lazzi di Mefistofele e gli egoismi crudeli di quel vecchio alchimista rimpasticciato, il Faust, dico, se si consideri nel suo disegno intero, appare un grande monumento eretto dal genio sovrano della Germania ad un glorioso ideale della vita umana. Così e non altrimenti lo ha concepito e voluto il suo architetto. Anche Volfango Goethe in giovinezza piegò il suo ingegno sano e di tempra antica alle blandizie deleterie della poesia morbosa, che già picchiava alla porta del secolo. Ma le lettere del giovine Werther non fanno che riflettere una effimera febbre giovanile del suo autore e si spiegano nel racconto della sua vita. Un concetto vero e definitivo di Goethe si manifesta nella breve lirica che egli premise poi alla edizione del funebre epistolario, diretta al lettore:

«Tu la piangi, tu l'ami quella povera anima; tu salvi dall'onta la sua memoria. Vedi, dal suo sepolcro l'Ombra sua ti fa cenno e dice: Sii uomo e non imitarmi!»

Ho nominato più sopra Enrico Heine e la sua ironia micidiale. Sbaglierebbe però a mio avviso e sbaglierebbe grossolanamente chi della poesia heiniana si fermasse a guardar solo il lato negativo. Nella varia, forte e continua lotta che il suo spirito battagliero sostiene contro uomini e tempi, tanto l'elegia che la satira non esprimono in lui che assai di rado quella prostrazione sconfortata e cinica che poi piacque tanto agli imitatori. Vi senti invece il fremito d'una battaglia vittoriosa. L'occhio del poeta di tanto in tanto mira al di là delle miserie che lo circondano e spazia con fede per gli orizzonti dell'avvenire e li saluta con un grido di trionfo. Enrico Heine non piglia mai l'atteggiamento rassegnato o ringhioso d'un vinto, che che avvenga dentro o fuori di lui; gli piace assai più quello dello sfidatore e del vendicatore. Perfino sul letto delle ultime sofferenze, ridotto all'estremo da una coorte di malanni, egli, l'indomito umorista, tratto tratto si rizza fieramente sul cubito e sfida e celia e beffeggia. L'ultimo suo canto è un canto alla vita. «Sì, il figliuolo di Peleo aveva ragione. Vivere in alto sulla terra come il più misero dei servi vale sempre meglio che andar ramingando intorno alle rive dello Stige, capitano di ombre, eroe celebrato dai poeti.»[36]

Anche oggi la letteratura tedesca, se guardiamo ai più celebrati, come Paolo Heyse, Bertoldo Auerbach, Roberto Hamerling, non ismentisce l'indole sua. Chi nei racconti dell'Auerbach non respira un'aura fragrante di alta e sana poesia? Certo, anche qui ferve la eterna lotta umana col dolore; anche in questa rappresentazione della vita la felicità non si mostra che come un'oasi rara e contrastata, e la colpa si fa innanzi come retaggio indeclinabile della umana natura e i multiformi aspetti della viltà e del ridicolo sono coraggiosamente mostrati a nudo. Ma tirata la somma, il ricordo di quei racconti v'accompagna come un conforto. Il tipo abbietto, sfatto, mollemente estenuato e gradevolmente patologico, alla maniera francese, l'Auerbach non lo sente e non lo sa rappresentare. Anche i filtri più sottili della corruzione contemporanea non riescono a togliere alle sue teste una certa aria di idealità serena, onde ricordano le teste dell'Holbein e quelle dei nostri pittori quattrocentisti. Immaginate, per esempio, la sua figura d'Irma in un racconto di Dumas figlio, poi fate colla mente il paragone: nel romanzo tedesco, pur discendendo pei gradini del pervertimento elegante, la bella contessa non ismentisce mai la sua passionata e gentile spiritualità e va a purificarsi lassù «in alto» nella solitudine dei monti, fra i ricordi e i rimorsi di amore, senza esagerazioni ascetiche, con melanconica serenità.

In Roberto Hamerling abbiamo il medesimo senso estetico e morale, direi quasi il medesimo temperamento fisiologico, che presiede all'opera d'arte. In quello de' suoi poemi che è più letto fra noi, l'Ahasvero a Roma, l'argomento è tutto una colossale tentazione. Roma imperiale, Nerone, la sua vita, la sua corte; mai quadro più affascinante di corruzioni bestialmente splendide s'è offerto alla fantasia d'un artista. L'Hamerling sente il pericolo; e già dal tono ironico della introduzione cominciate a indovinare l'atteggiamento del suo spirito:

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Io scelsi un uom sciupato, un elegante

Annoiato beffardo, e qual può meglio

A voi piacere e all'odïerno gusto;

E per via de' contrasti, non foss'altro,