Che possiamo noi contrapporre alle omeriche bevute che s'incontrano nel Rabelais? Là corrono veri fiumi di vino; il libro intero manda come un alito vinoso e ne spumano via le grosse e grasse facezie dei bevitori. Qui citare è impossibile. Ogni venti parole converrebbe scartarne dieci, e le dieci rimaste dirle a bassa voce.

Del resto, mille ragioni d'indole artistica, e mille affatto estranee all'arte combinano per impedire in Italia lo sviluppo rigoglioso della poesia Bacchica.

La nostra vita politica e sociale nei tempi di mezzo, più libera e varia, più alla portata di tutti, faceva rivolgere l'attenzione delle menti poetiche a ben altri soggetti che non fosse il vino. Osservate quanti dei poeti italiani furono segretari di principi ed ambasciatori. Ed anche nei sollazzi presso di noi il vino teneva l'ultimo posto; baldorie e festini quanti volete, e scarmigliati e liberissimi, ma il loro sapiente ed artistico ordinamento accumulava in essi ogni sorta di piaceri, di modo che tutti i sensi ne erano solleticati. Era nel sangue italiano una raffinatezza, un supremo bisogno di modi eleganti, di forme nobili, di esercizi sottilissimi dell'ingegno. Dove trovavano nutrimento e godimento, l'occhio, nei colori, negli addobbi, nelle pitture, nella principesca magnificenza delle tavole, nei lavori artistici di oreficeria e di ceramica; l'orecchio nelle musiche, la mente nelle dispute, nelle declamazioni di versi, nelle letture fatte ad alta voce delle maggiori opere poetiche dell'antichità, ed il cuore negli arrendevoli costumi, che volete dicesse il povero vino, fosse pure Falerno, Siracusa o Lacrima Cristi? A chi veniva in mente di cantarlo? Chi ne avrebbe ascoltate le lodi? Aggiungiamo che il Piemonte e la Lombardia, le due provincie d'Italia che hanno maggior numero di bevitori, diedero in quei tempi pochissimi poeti e che l'Italia di mezzo e più la meridionale, sono parche nel bere. E quando vennero i bei giorni di gloria letteraria per le nostre provincie, i tempi imponevano altri più alti e gravi soggetti all'ispirazione dei poeti. D'altronde, in Francia, dopo il Rabelais, il vino torna ad accompagnarsi coll'amore, come seguiva nelle odi di Anacreonte, e ciò dura fino ai giorni nostri. In Italia l'amore lasciatelo fare, che basta da sè senza nessuna sorta di aiuto.

Versi bacchici però ne avemmo anche noi, e precisamente un ditirambo intitolato da Bacco, ma io non oserei chiamare il Redi poeta del vino; non già perchè manchi Bacco alla sua poesia, ma perchè a mio avviso manca di poesia il suo Bacco. A scuola di rettorica ci mescevano il ditirambo a centellini, stimolandoci la sete con chiose storiche e filologiche, al cui paragone, se i versi non ci parvero la quinta essenza della poesia, bisogna dire che siano freddi e muti davvero.

Immagini stupende ce ne sono, per esempio, questa:

Si bel sangue è un raggio acceso

Di quel sol che in ciel vedete,

E rimase avvinto e preso

Di più grappoli alla rete,

ma Dante aveva detto la stessa cosa, e meglio. Manca al Redi l'infuriare che tanto piace al vecchio Anacreonte, manca l'impeto lirico. Il disordine della sua metrica è ordinato con studio finissimo e compassato e lambiccato; quei versi a scalini che salgono e scendono, non vi menano mai nè in cantina nè su per l'aria a volo colla fantasia. Leggendoli non vi assale mai la voglia matta di uscir dalla regola, di peccare e di far peccare, di accendervi fino alla dimenticanza d'ogni ritegno, di mettere a nudo l'anima vostra e di mostrarne tutte le infermità e le bollenti tenerezze. Il Redi pare a me un buono assaggiatore di vini, membro di un qualche giurì ad un'esposizione enologica, esperto a far confronti, erudito a raccontare la storia d'ogni diverso prodotto, uomo di spirito certo, ma del tutto estraneo a quello che dice. Il vino agisce su di lui come l'amore sui poeti arcadici del secolo passato, non fa nè caldo nè freddo.