Le gambe, grossa imbrogliasi la lingua,

La mente ebbra vacilla, imbambolati

Nuotano gli occhi e clamori e contese

E singhiozzi prorompono ad un tratto.

Delle altre descrizioni ce n'è a piacimento, di quelle che durano una mezza pagina di stampa o un capitolo od un volume intero.

Sarebbe uno studio curiosissimo quello di raccogliere tutte le stramberie ed i vaniloquii che i poeti drammatici hanno messo in bocca ai loro ubriachi. La messe sarebbe più ricca che non si crede e ne uscirebbero molte altissime e profonde sentenze, perchè nella storia del teatro, dopo i Romani fino a noi, gli ubriachi ed i becchini sono i maggiori filosofi. Tanto pare arduo e pericoloso il proclamare la verità, che i poeti quasi per ottenerne perdono, la fanno dire ad uomini fuori di senno, o a gente incolta, e protetta dal tranquillante spettacolo della morte.

Anche dei giudizi proferiti intorno al vino, sarebbe curiosa la raccolta. Veramente si può dire che il vino lo lodano tutti, il biasimo non riguarda che l'abuso.

Platone proibisce l'uso del vino ai giovani non ancora diciottenni, proibisce d'ubriacarsi a chi non raggiunse i quarant'anni, comanda ai vecchi di bere e li perdona se si ubriacano.

San Paolo asserisce che nel vino sta la lussuria ed in questo avviso pare convenisse il demonio che ho nominato poc'anzi.

In un libro di Apuleio Madaurense, intitolato Scelta dei Fiori e citato dal Petrarca, è scritto che il primo bicchiere giova alla sete, il secondo al buon umore, il terzo al piacere, al quarto tien dietro l'ubriachezza, al quinto l'ira, al sesto le liti, al settimo il furore, il sonno all'ottavo e al nono la malattia.