E ricasca rugiada
Ad innaffiar la vite.
Dalla vite nel grappo,
Dove rinasce vino,
Poi di nuovo nel tino,
Poi di nuovo nel nappo.
Ho detto da principio che i poeti del vino si possono dividere in due classi diverse: quelli che lo hanno cantato, e quelli che lo hanno bevuto.
Questa seconda parte della mia conferenza dovrebbe essere una serie di biografie, tristo còmpito, perchè tutte finiscono male. Chi non conosce il nome di parecchi fra i poeti moderni e dei maggiori, dei quali si racconta per lo più con parole di amaro rimprovero che morirono avvelenati dal bere? Di quanti non si negano l'ingegno e l'ispirazione, attribuendone tutto il merito all'impeto bacchico? Ed i più miti e benevoli fra quelli che si arrogano il diritto di profferire un giudizio di condanna, conchiudono: Se il loro ingegno, smorzato e soffocato dal vino, ha dato i frutti che conosciamo, che non avrebbero dato se l'uomo non avesse col lento suicidio ucciso il poeta? Ed accusano quei disgraziati di averci frodati del nostro avere, come se ci dovessero sino all'ultima goccia il loro sangue e la loro vita.
Quest'ultima maniera di critica non regge. Giudichiamo d'ogni poeta ciò che egli ci dà, e non cerchiamo se avrebbe potuto far più e meglio. Quanto non è nè fu mai, non può essere materia al nostro giudizio, e se vi è cosa che sfugga alle illazioni dei solisti, questa è la poesia.
Ma anche nell'affermare queste ebrietà continue e mortali si procede per lo più con una riprovevole leggerezza.