Vi figurate, signore, quello che avranno pensato i buoni villici delle Alfonsine e i solitari condiscepoli di Ferrara d'un così promettente esordio di fortuna? E quando poi lo avranno saputo Bussolante del Papa e Segretario degli Avvocati Concistoriali? Per lo meno si saranno aspettati di vederlo da un'ora all'altra Cardinale!

E certo, dato l'ambiente della Roma d'allora e colla forza d'ingegno di Vincenzo Monti, aver voce in Arcadia, aver un piede in corte, un altro nelle anticamere di Casa Braschi, sarebbe come nella Roma d'adesso aver.... Ma non divaghiamo!... Le apparenze erano belle; la sostanza poco o niente, e l'aspettata fortuna pel Monti non venne mai.

Due cose l'attraversarono sempre, ora ed in avvenire, l'invidia degli emuli, che non gli diede mai tregua e contro la quale egli non ebbe mai nè la dignità della noncuranza e del disprezzo, nè la giusta misura della risposta; e l'indipendente superiorità, l'indocilità critica, starei per dire, della sua mente, che non gli consentì mai l'intiera sommissione, l'intiera dedizione di sè e la rinuncia incondizionata ad ogni discussione e ad ogni ribellione, quali bisognano agli uomini, che non hanno altra regola di vita che la propria fortuna.

Sta in ciò il bene ed il male del Monti, e colla subitaneità delle sue impressioni, de' suoi entusiasmi, de' suoi sdegni, delle sue audacie inconsiderate e de' suoi sgomenti quasi puerili, sta in ciò per gran parte il segreto delle sue mutazioni e dell'apparente leggerezza delle sue convinzioni, donde s'è formata per lui la leggenda dell'abate, del cittadino e del cavaliere, quasi a significare le sue calcolate e successive voltate di casacca, da clericale in Roma a repubblicano nella Cisalpina e a cortigiano di Napoleone e poi della Ristaurazione.

In quella vece chi guardi bene e consideri spassionatamente la sua vita e la sua poesia, vedrà che per disgrazia sua egli è in disaccordo con tutte le vicende storiche, a traverso le quali gli è toccato passare. Nella Roma di Pio VI, prima di sentirsi rivoluzionario come l'Alfieri, egli s'è sentito riformista e filosofo, come il Parini, il Verri, il Beccaria, il Filangeri; poi ha idoleggiato, come tutti i giovani del suo tempo, nelle agitazioni sotterranee delle Logge Massoniche i primi e più puri ideali della Rivoluzione Francese, che parvero, ed erano, l'aurora della libertà sorgente sul vecchio mondo; poi ha inorridito degli eccessi del Terrore e ha dato indietro, e finalmente ha sperato la liberazione d'Italia dalle armi francesi ed è passato da Roma papale a Milano repubblicana. Qui, tra le violenze degli invasori e le scapestrerie stupide, ladre ed anarchiche dei neogiacobini italiani, il Monti, per organica dirittura di mente, si trova ad essere un liberale moderato: disgraziatissima disposizione di spirito in certi momenti politici, per la quale non si fa paura a nessuno e non vi vuole nè Dio nè il diavolo. Or bene, in chi fissar l'animo e gli occhi fra tutto quel pandemonio? Qual'è la forza unica, che sembra poter dominare e dar sesto ed ordine a quel caos? Napoleone! Ed il Monti, come il Melzi, come l'Aldini, come tutti i ragionevoli e gli onesti, si volge a lui. Ma Napoleone alla sua volta s'ubbriaca di potenza e di gloria e strascina l'Italia dietro il carro della sua sfrenata ambizione, ed ecco il Monti non disposto a seguirlo. “Costui fa cose (così scriv'egli al Lampredi) da raffreddare un vulcano. Precipiterà sè e noi, quanti siamo a lui devoti. Una sola buona cosa ha fatto, l'organizzazione di questo regno: ma poi come tratta noi Italiani? Si rende nemici tutti i re d'Europa, che alla fine trionferanno. E noi cadremo con lui.„ Che ne dite? Il conte di Cavour, buon'anima, non potrebbe preveder meglio e ragionar più dritto di questo poeta!

E forsechè fu egli solo, il Monti, nell'immane catastrofe Europea dell'impero napoleonico, fu egli solo, il Monti, a confidare nei benefici della pace e nella moderazione degli alleati liberatori? No, signore! Era un'intiera generazione, che, sentendosi soccombere fra tante speranze deluse e gli strazi di vent'anni di guerre incessanti, acclamava fra le accumulate ruine alla pace ed a chi pareva portarla e con parole ingannatrici la prometteva.

Fu un errore, fu una colpa di tutti, ed al Monti, che canta il Ritorno d'Astrea, certamente preferisco il Foscolo, che va in esilio, ma non dimentichiamo che fra quegli acclamanti era persino Federico Confalonieri, il glorioso martire del '21. Il Confalonieri scontò la sua illusione giovanile collo Spielberg; il Monti, vecchio e malato, coll'abbandono e la povertà. Non è lo stesso, ma è pur qualche cosa, e sarebbe anche di più, s'egli non se ne fosse lagnato, nella stessa guisa che sarebbe più bello l'esiglio del Foscolo, se avesse pagato i suoi debiti o saputo contrastare colla fame, come Giuseppe Mazzini. Ma io non v'ho detto che il Monti fosse un eroe; v'ho detto che oltre ad essere un gran poeta, era un uomo buono, migliore di certo di tutti i suoi avversari e detrattori, e questa (piaccia o non piaccia a tutti i Cantù vivi e morti) è la verità.

E poeta grande è pur anco per chi ha il senso vero dell'arte e la intende e ne giudica con criteri d'arte e di storia e non colle preferenze del giorno per giorno e dei gusti, che cambiano e rivengono, come le fogge del vestire.

Non lo cercate in quei primi vaneggiamenti d'amori giovanili, sfogati all'italiana in sonetti ed anacreontiche, nè in quei temi da seminario e da sagrestia, ch'erano d'obbligo nell'Arcadia di Roma, anticamera del Vaticano, nè in quei profluvi di lodi, di auguri e di pronostici strampalati, ai quali non potea ricusarsi l'abate novellino, andato a Roma per far carriera, il segretario del duca Braschi e il bussolante di Sua Santità.

Cercatelo bensì dove un gran soggetto lo inspira, come nella Bellezza dell'Universo, o una convinzione sincera lo esalta, come quando celebra i trionfi della ragione e della scienza nell'ode a Montgolfier, o quando la passione lo trasporta, come nei versi sciolti a Sigismondo Chigi, nei Pensieri d'Amore e nelle Elegie, o quando la straordinarietà e la grandezza dei fatti contemporanei lo solleva alla concezione dantesca della Bassvilliana. Qui è il vero Monti, il Monti fantasista e coloritore insuperabile e pel suo tempo originalissimo, e con quella sua eloquenza, agilità e musicalità di verso, che prorompe a guisa di torrente e si prova e riesce a dir tutto, con una genialità, una vaghezza, una varietà, una potenza di forme, che prima di lui non hanno riscontro se non in Dante ed in Ariosto.