Giorgio. — I comunisti ed i collettivisti sono socialisti gli uni e gli altri, ma hanno idee diverse su quello che si deve fare dopo che la proprietà sarà messa in comune, e io, se ve ne ricordate, ve ne ho già detto qualche cosa. I collettivisti dicono che ogni lavorante o, anche meglio, ogni associazione di lavoranti deve avere la materia prima e gli strumenti per lavorare, e che ognuno deve essere padrone del prodotto del proprio lavoro. Fino a che uno è vivo, se lo spende, o lo conserva, ne fa insomma quello che vuole, meno che servirsene per far lavorare gli altri per suo conto: quando poi muore, se ha messo da parte qualche cosa, questa ritorna alla comunità. I suoi figli hanno naturalmente anche essi i mezzi per poter lavorare e godere del frutto del lavoro; e lasciarli ereditare sarebbe un primo passo per tornare alla disuguaglianza ed al privilegio. Per ciò che riguarda l'istruzione, il mantenimento dei fanciulli, dei vecchi e degli impotenti, per le strade, per l'acqua, per l'illuminazione e la nettezza pubblica, per tutte quelle cose insomma che si debbono fare per conto di tutti, ogni associazione di lavoranti darebbe un tanto per compensare coloro che disimpegnano questi ufficii.
I comunisti poi vanno più per le spiccie. Essi dicono: poichè, per andare innanzi bene, bisogna che gli uomini si amino e si considerino come membri di una sola famiglia; poichè la proprietà deve stare in comune; poichè il lavoro per essere molto produttivo e per potere giovarsi delle macchine deve essere fatto da grandi collettività operaie; poichè, per profittare di tutte le varietà di suolo e di condizioni atmosferiche, e far sì che ogni luogo produca le cose a cui è meglio adatto, e per evitare d'altra parte la concorrenza e gli odii tra i diversi paesi e l'accorrere della gente nei luoghi più ricchi, è necessario stabilire una solidarietà perfetta tra tutti gli uomini del mondo, e poichè sarebbe un lavoro del diavolo il distinguere in un prodotto la parte che spetta ai suoi diversi fattori — facciamo una cosa, invece di starci a confondere con quello che hai fatto tu e quello che ho fatto io, lavoriamo tutti o mettiamo ogni cosa in comune. Così ognuno darà alla società tutto quello che le sue forze gli permettono di dare fino a che non vi sieno prodotti sufficienti per tutti; ed ognuno piglierà tutto quello che gli bisogna, limitandosi, s'intende, in quelle cose per le quali non si sarà ancora potuta raggiungere l'abbondanza.
Beppe. — Piano: prima mi devi spiegare che significa la parola solidarietà, perchè hai detto che vi deve essere solidarietà perfetta tra tutti gli uomini, ed io, bene bene, a dirti la verità, non l'ho capita.
Giorgio. — Ecco: nella vostra famiglia, per esempio, tutto quello che guadagnate voi, i vostri fratelli, vostra moglie, i vostri figli, lo mettete tutto in comune: poi fate la minestra e mangiate tutti, e se non ce n'è abbastanza, vuol dire che vi stringete la pancia un poco tutti. Ora, se uno di voi ha una fortuna, o trova a guadagnare di più, è bene per tutti; se invece uno resta senza lavoro o cade malato, è male per tutti, perchè certamente tra di voi quegli che non lavora mangia lo stesso alla tavola comune, e quegli che sta malato è causa anche di spese maggiori. Così avviene che nella vostra famiglia, invece di cercare di levarvi il lavoro e il pane l'un l'altro, voi cercate di ajutarvi, perchè il bene di uno è il bene di tutti, come il male di uno è il male di tutti. Così si allontanano l'odio e l'invidia e si sviluppa quell'affetto reciproco, che invece non esiste mai in una famiglia in cui gl'interessi sieno divisi.
Questa si chiama solidarietà. Si tratta dunque di stabilire, fra gli uomini tutti, gli stessi rapporti che esistono in una famiglia, i cui membri si vogliano bene davvero.
Beppe. — Ho capito. Ora tornando alla questione di prima, dimmi se tu sei comunista o collettivista.
Giorgio. — Io, per me, sono comunista, perchè mi pare che quando s'ha da essere amici, torni poco conto di esserlo a mezzo. Il collettivismo lascia ancora i germi della rivalità e dell'odio. Ma v'è di più. Se ognuno potesse vivere con quello che produce egli stesso, il collettivismo sarebbe sempre inferiore al comunismo, perchè tenderebbe a tener gli uomini isolati e quindi diminuirebbe le loro forze ed il loro affetto, ma, tanto quanto, potrebbe andare. Però siccome, per esempio, il calzolaio non può mangiare scarpe, nè il fabbro può nutrirsi di ferro, e l'agricoltore non può far da sè tutto quello che gli occorre e non può nemmeno coltivare la terra senza gli operai che scavano il ferro e quelli che fabbricano gli strumenti, e via discorrendo, così sarebbe necessario organizzare lo scambio fra i diversi produttori, tenendo conto a ciascuno di quello che ha fatto. Allora avverrebbe necessariamente che il calzolaio, per esempio, cercherebbe di dare gran valore alle sue scarpe, cioè pretenderebbe per un paio di scarpe avere quanta più roba vorrebbe, ed il contadino, da parte sua, potrebbe dargliene il meno possibile. Chi diavolo potrebbe raccapezzarcisi!? Il collettivismo, mi pare, darebbe luogo ad una quantità di questioni, e si presterebbe sempre a molti imbrogli, che a lungo andare potrebbero farci tornare al punto di prima: perchè dovete sapere che l'uomo non ismetterà d'imbrogliare, fino a quando egli non avrà più interesse a farlo.
Il comunismo invece non dà luogo a nessuna difficoltà: tutti lavorano e tutti usufruiscono del lavoro di tutti. Bisogna soltanto vedere quali sono le cose che bisognano perchè tutti sieno soddisfatti, e fare in modo che tutte queste cose sieno abbondantemente prodotte.
Beppe. — Sicchè in comunismo non ci sarebbe bisogno di moneta?
Giorgio. — Nè di moneta, nè di altro che sostituisca la moneta. Niente altro che un registro delle cose richieste e delle cose prodotte, per cercare di tenere sempre la produzione all'altezza dei bisogni.