Il secolo settimo e il sesto, e più specialmente il periodo che va dalla seconda metà del settimo secolo alla prima metà del sesto, con l’introduzione della moneta, la diffusione degli scambi, lo sviluppo de’ commerci segna una vera rivoluzione nella vita ellenica, una trasformazione capace di essere paragonata, sin dove il diverso tempo comporta, a quella indotta nella nostra vita da’ progressi della tecnica e dalla conseguente trasformazione del modo di produzione nell’ultimo secolo.
Con la formazione delle città, avvenuta in un periodo anteriore, e il loro successivo incremento, si erano creati nuovi bisogni, che suscitavano sempre nuovi mezzi, organi e strumenti atti a soddisfarli, e li cercavano e trovavano in una maggiore divisione del lavoro, in una specificazione crescente de’ mestieri ed in uno sviluppo della tecnica.
Contrasti della campagna e della città, di ricchi e di poveri, di nobili e di popolani erano la conseguenza diretta e inevitabile di questo stato di cose; e gli effetti, in forma sempre più distinta ed efficiente, si manifestavano nel campo della politica e della economia, della coltura e della morale. Un istrumento così efficace, duttile e potente, qual’era la moneta, divenne come una leva capace di moltiplicare gli sforzi e le energie, che trovava ovunque un punto di applicazione; sicchè i contrasti, le differenze, i mutamenti, gli squilibri crebbero straordinariamente di forza, di proporzione e di rapidità. L’eco di quella nuova vita, delle sue peripezie e delle sue delusioni risuona ancora in versi di una avvelenata acrimonia e di una solenne elevatezza morale[119], che anche oggi potrebbero, nella loro forma generica, riuscire espressione non inadeguata alle lotte de’ partiti e delle aspirazioni sociali.
Si erano omai realizzate le condizioni per la creazione di una maggiore ricchezza, ma questo passaggio da una forma ad un’altra più elevata di economia non potea compiersi, come di consueto, senza che si compisse una rivoluzione nella società in cui si sviluppava, senza demolire e ruinare per riedificare. I metalli preziosi erano stati un rilevante mezzo di accumulazione della ricchezza: la moneta faceva questa accumulazione più facile, più fruttifera, rendendone più agevole la circolazione. Appena che si sia creato l’ambiente favorevole alla sua azione, questa ricchezza accumulata funzionerà come capitale commerciale, “il più antico capitale della forma di produzione capitalistica, storicamente la più antica, libera forma di esistenza del capitale, che concorrerà a creare la base dello sviluppo industriale„[120]. Ma, dove questo impiego commerciale non poteva ancora, o non poteva più compiersi, cercava e trovava nel campo più immediato della sua azione un impiego, ricorrente in tutti i paesi che attraversano questo stadio economico: si manifestava sotto forma di usura, risolvendosi in una espropriazione monopolizzatrice della terra, ancora principale strumento di produzione, e nell’asservimento del debitore come mezzo per far fruttificare la terra, o come valore da mettere in commercio.
Questo stadio dell’evoluzione economica, che vedremo riapparire a Roma, conservato dalla tradizione sotto forme eminentemente drammatiche, si manifesta nello sviluppo del latifondo, nel diritto di pegno sulla persona del debitore (δανείζειν ἐπὶ τοῖς σώμασι) e nella relativa addizione al creditore; e appare in forma più o meno completa ma assai diffusa: a Gortyna, sotto la più modesta parvenza di un pegno temporaneo[121]; a Megara, nelle varie vicende che accompagnano la crisi e la decadenza della sua espansione commerciale[122]; nell’Attica, come uno de’ fatti forieri della riforma solonica[123].
V.
Paese naturalmente poco fecondo, privo ancora di tutti quei coefficienti che ne faranno appresso un emporio e un centro dell’attività economica e della vita civile, tagliato fuori, per la soverchiante forza delle rivali economicamente più progredite, da’ commerci e dal libero uso del mare, sino all’acquisto di Salamina; l’Attica, quale ci è rappresentata specialmente nella Costituzione degli Ateniesi, ci appare come un paese di scarso sviluppo economico, in cui il sostrato dell’economia agricola è formato da una larga classe di tributari (πελάται καὶ ἑκτήμοροι), mentre la schiavitù vera e propria non riesce a trovar posto come un elemento di qualche importanza, e passa sotto silenzio nella stessa tradizione di questo periodo, quale ci è stata tramandata dall’inno a Demetra sino a Plutarco.
Lo sviluppo del credito è uno de’ fenomeni più notevoli nel successivo sviluppo della vita economica ateniese, e, benchè la ragione dell’interesse raggiunga anche una misura molto elevata[124], nondimeno, lungi dal deprimere e sterilire, diventa fattore di maggior progresso economico. Questa del mutuo è la forma compiuta e tradizionale sotto cui si presenta il capitale, e l’interesse appare come la forma, ad esso corrispondente, del plus-valore prodotto dal capitale, prima che sorgano la produzione capitalistica e i corrispondenti concetti di capitale e profitto; onde nel linguaggio comune il denaro, il capitale che produce interesse, è il capitale come tale, il capitale per eccellenza[125]. Ma il capitale che produce interesse è il capitale come proprietà rimpetto al capitale come funzione. Nella società capitalistica l’interesse non è che una parte del profitto attribuito a chi presta il capitale, o, in generale, al capitale anticipato: mutuante e mutuatario, capitalista e imprenditore non fanno che ripartirsi il prodotto del lavoro messo in movimento. L’interesse quindi, nella sua funzione normale, suppone l’impiego fruttifero del capitale mutuato. Ora, nell’Attica non si erano ancora diffuse neppure le forme di cultura intensiva, sorte poi in correlazione all’aumento della ricchezza e all’incremento della vita cittadina[126]; quanto all’industria, sembra provato che la ceramica si fosse acclimatata nell’Attica, con tutti i caratteri e le promesse di un’industria indigena[127], ma il mercato, limitato all’Attica e forse alla Beozia, non le consentiva tutto lo sviluppo di cui era suscettibile; e, quanto alle altre industrie fiorite di poi, la tradizione ne attribuisce l’origine all’Attica[128], ma noi non abbiamo argomento per riconoscere, se non la loro esistenza, almeno un notevole loro sviluppo in questo periodo.
In tali condizioni il mutuo si presentava come un fatto rovinoso, quale ancora tanto tempo dopo appariva a Plutarco[129] e, anche di poi, a scrittori vissuti in tempi e in luoghi di limitato sviluppo economico, che non sapevano spiegare nè giustificare l’interesse. Non era insomma un fomite allo sviluppo della ricchezza; era invece una manifestazione di povertà, ed era un mezzo per i pochi ricchi di attrarre nell’orbita del loro patrimonio i debitori con la loro famiglia e il loro avere. “La terra era di pochi„ è l’espressione, che torna come un malinconico ritornello nella Costituzione degli Ateniesi, e ad essa risponde come un’eco questo progressivo impoverimento ed asservimento de’ debitori[130], in parte adoperati da’ nuovi padroni, in parte fuggiaschi o venduti fuori paese, dove era più facile il loro impiego. L’instabilità e i pericoli di questa condizione di cose provocarono la riforma solonica, ma, nell’opinione stessa del suo autore, questa avea un valore tutto relativo. Per quanto concerneva i debiti (σεισαχθεία), sia che li condonasse (Ἀθ. Πολ., c. 6), sia che li riducesse agevolandone il pagamento (Androz. presso Plut., Sol., 15), si appigliava a un mezzo empirico e toglieva via gli effetti del male senza svellerlo dalle radici. La riforma monetaria poi, intesa, come pare, ad agevolare le relazioni d’Atene con i paesi, ov’era in uso il sistema euboico, e gli altri provvedimenti d’ordine politico e sociale, che a Solone vengono attribuiti, voleano essere come il lievito della prosperità e della potenza ateniese[131].