Niente forse è più adatto di quelle poche pagine a darci una idea compiuta delle condizioni di Atene in quei giorni[207].

Alle conseguenze della guerra esterna si sono aggiunti i mali della guerra civile, che provocano ancora l’intervento straniero. “La terra non rende nulla, giacchè gli avversari sovrastano ad essa: niente danno le case, giacchè gli abitanti si sono assottigliati. Nessuno compera e in nessun modo vi è da avere danaro in prestito„. Tornano i cleruchi, ma sono stati spogliati di quanto possedevano nelle cleruchie, e nell’Attica non hanno nulla, e non portano che l’offerta delle loro braccia e il bisogno di sostentarsi. In questo stato di cose, s’imbatte in Socrate Aristarco, che ha omai quattordici persone in casa da mantenere, s’imbatte Eutiro, il cleruco rimpatriato; e da tutto il lento avvolgersi e svolgersi della fine dialettica socratica balza fuori, quasi da una necessità obbiettiva, come uno spontaneo ed inevitabile insegnamento, come unico e imprescindibile rimedio, il consiglio di ricorrere al lavoro più adatto, per elevarsi a quella condizione materiale, che pur mo’ rendeva, agli occhi di uno di essi, invidiati gli schiavi operai di Cyrebo, di Nausicyde, di Demea, di Menone.

Così il proletariato ateniese si dedicava sempre più al lavoro sotto l’impulso del bisogno, che la catastrofe immane della guerra avea potuto rendere più vivo, ma che non avea cessato mai d’essere sentito. E, per la imprescindibile dipendenza de’ concetti teorici da’ modi di vita, l’opinione della dignità del lavoro si veniva ancora rialzando, e trovava il suo riconoscimento nelle parole dell’uomo moralmente più elevato del tempo, di Socrate.

XIV.

È stato spesso ripetuto, e si ripete ancora, che il soldo dato a’ cittadini nelle assemblee, ne’ collegi giudiziari, ne’ teatri, li distogliesse dal lavoro, fornendo loro il mezzo di una vita oziosa. E pure questa è un’opinione, che non regge ad un esame accurato.

Delle assemblee politiche si può ritenere che non ve ne fossero, normalmente, più di quaranta per anno[208], e l’indennità di presenza a’ cittadini fu di un obolo, di due, di tre forse per più lungo tempo: al tempo di Aristotile salì a nove oboli per l’assemblea principale e ad una dramma per le altre[209]; ma le cresciute esigenze della vita e il numero limitato delle adunanze non poteano farne un mezzo per sostentare la vita. Più frequenti delle assemblee politiche erano le adunate de’ collegi giudiziari; ma l’indennità accordata a’ giudicanti non superò mai i tre oboli[210], e le convocazioni delle giudicature dovettero necessariamente scemare, quando Atene perdette il potere giurisdizionale sugli alleati. Inoltre erano legalmente giudici i cittadini, che aveano sorpassati i trent’anni, e realmente, per lo più, i vecchi che non aveano altra occupazione. Secondo la costituzione delle giudicature, poi, nelle cause meno importanti e però più frequenti, i giudici erano dugentouno, vi partecipava quindi limitatamente la cittadinanza[211]. L’indennità di assistenza agli spettacoli, che, probabilmente per un equivoco chiarito ora indirettamente dall’Ἀθηναίων Πολιτεία, Plutarco fece introdurre da Pericle, fu concessa in tempi posteriori; e, per quanto nel IV secolo assumesse importanza, se era versata, sotto una forma od un’altra, come diritto d’entrata al teatro, non potea rappresentare un mezzo di sussistenza. Ed anche chi, ammettendo conclusioni non in tutto accettabili, voglia ritenere nella misura più alta le indennità teatrali, ammettendo che lasciassero un margine di guadagno a’ cittadini e si estendessero da venticinque a trenta ricorrenze festive[212]; pure non riescirà a farne un contributo di qualche rilievo per la sussistenza del cittadino.

Così il soldo largito dallo Stato sotto queste varie forme, anche quando raggiunse la proporzione più alta, non potè mai rappresentare, nemmeno per quella parte de’ cittadini che ne poteva usufruire, un’entrata stabile e continua, che toccasse i tre oboli al giorno. E tre oboli al giorno, se si crede ad Aristofane, rappresentavano appena il guadagno giornaliero di una delle più basse categorie di lavoratori manuali, forse della più bassa (πηλόφοροι)[213]; equivalevano al prezzo minimo di un sesto di medimno di frumento; e il frumento, che, anche oggi, è soggetto ad una continua oscillazione di prezzi, allora, specialmente in un paese vivente d’importazioni come l’Attica, era esposto a continui, rapidi e notevoli rincari.

Non si saprebbe dunque ammettere che, quand’anche il soldo, percepito sotto varie forme dallo Stato, avesse potuto sopperire al minimo della sussistenza, i cittadini rinunziassero a spiegare, lavorando, un’attività che migliorasse le loro condizioni, per fare una vita grama e penosa quale potea farla uno spazzaturaio. Ma in questo, come in altre cose, si è stati fuorviati sopra tutto dall’abitudine di attribuire a’ giudizi e alla satira di Aristofane un valore obbiettivo, che mal si concilia col suo carattere di comico e più di partigiano[214].

Il crescere graduale del soldo, lungi dal valere come un mezzo che distoglieva i lavoratori dal loro mestiere, prova invece come il lavoro professionale di molti rendesse necessario un indennizzo sempre crescente, che li compensasse del tempo sottratto al mestiere e l’inducesse a non disertare le pubbliche adunanze[215].

XV.