III.

L’indagine sul tramonto della schiavitù e sull’azione che vi ha potuto spiegare il Cristianesimo, è stata sviata, ad un tempo, dall’interpretazione idealista od empirica della storia e dall’indirizzo tendenzioso e polemico, con cui veniva intrapresa la ricerca. Pareva che il cristianesimo potesse, a sua elezione, volere o non volere la fine della schiavitù, e, sopra tutto, che, volendo, potesse imporne la fine, sforzando o trasformando le leggi dell’ambiente economico, in cui cercava di vivere e svolgersi. E invece queste poteano e doveano mutarsi solo col trasformarsi delle condizioni di produzione, cioè con l’avvento di uno stato di cose tale, che, per se stesso, consentisse di sopperire a’ bisogni della vita senza il concorso di schiavi. Posta su questo falso terreno la questione, la sua risoluzione dovea convertirsi naturalmente in un atto di accusa o in una difesa del Cristianesimo, e il Cristianesimo doveva assolutamente avere il merito o il demerito di ciò che era avvenuto. Ora qui non si tratta punto di tributar lodi od impartire biasimo: si tratta soltanto di ricondurre gli effetti alle loro cause. In verità, anche nel semplice accertamento di un fatto, inconsapevolmente, per via impensata, s’insinua, come un elemento perturbatore, la preoccupazione delle conseguenze vere o supposte che quel fatto può avere sulla cerchia più immediata de’ nostri rapporti, de’ nostri sentimenti e de’ nostri interessi; e quindi l’esame di un argomento come questo forse non si libererà così facilmente da’ preconcetti che spesso l’hanno intralciato. Qui, in ogni modo, si cerca guardare la cosa da un punto di vista obbiettivo, che permetta meglio di vedere quali rapporti potè avere con la schiavitù il Cristianesimo, e di vederli a larghi tratti, s’intende, ed in via di semplice proemio all’indagine delle vere cause cui può essere dovuta la fine della schiavitù.

Non è facile fissare il vero contenuto e la vera forma dell’iniziale movimento cristiano, ma chi, argomentando dal suo sviluppo successivo e risalendo attraverso l’inviluppo dogmatico incessantemente mutato e per necessità mutevole, voglia approssimativamente farsene un concetto, potrà fermarsi a quell’affinarsi del sentimento, a quell’elevazione del cuore, a quell’affermazione della signoria dello spirito sulla materia, che son rimasti la parte intima e più vitale del Cristianesimo[11]. Da un lato dunque troviamo questa larga parte fatta alla vita interiore, un modo eminentemente idealista di concepire la vita e l’anima chiamata ad emanciparsi e a trionfare de’ reali rapporti sociali; dall’altro l’aspettato avvento del regno di Dio, che agli interessi e agl’ideali terreni intende sovrapporre o sostituire la speranza di una vita futura, concezione essenzialmente oltremondana, sia che considerasse la vita umana spostata in un regno non terreno, sia che si ripromettesse sulla terra un ordine di vita proprio di un regno celeste. Ora l’una cosa e l’altra menavano a dare un’importanza sempre più scarsa alla diversità di condizioni e rapporti sociali e a trascurare quindi ogni azione politica, che si proponesse d’innovarli o di modificarli: eliminando così ogni resistenza ed ogni lotta, lasciavano immutato nel suo aspetto formale l’ordine delle instituzioni. I rapporti esterni in fondo, secondo quella dottrina, doveano mutare d’indole, col riflettersi, come in un mezzo diverso, nella coscienza, e il temperamento di ogni asprezza e l’impulso al beneficare doveano divenire per ognuno un obbligo verso se stesso, anzi che verso il beneficato. Il pungolo e la desiderata pace della propria coscienza e l’atteso giudizio divino avrebbero dovuto essere l’impulso e la sanzione, la pena ed il premio di ogni singolo atto e di tutta la condotta in generale, il rimedio sovrano di ogni male e lo spirito rinnovatore del mondo. Era un ideale morale elevato veramente, se anche restava addietro alla morale stoica più disinteressata e più rigidamente schematica e perciò meno capace di propagarsi e meno efficiente, ma era viziato dall’errore fondamentale e insanabile di non concepire la moralità come qualche cosa che rampolla dal seno stesso de’ rapporti sociali e vive della loro vita; scindeva invece, spesso contrapponendoli, le norme dell’azione e l’ambiente, lo spirito e il corpo, l’ideale e la vita; sicchè assai spesso restava una regola astratta, smentita, delusa e invanita nella pratica, e i suoi seguaci finivano per appartarsi dal mondo, inerti cenobiti, o si esaurivano in uno sterile contrasto con la forza stessa delle cose, od erano riassorbiti dal vortice degli eventi e tratti con essi.

Inoltre la fede cristiana si schiudeva e si faceva via in una regione, in cui la schiavitù, se anche antica e diffusa, non avea avuto quello sviluppo, nè assunto, sopra tutto, quel carattere schiettamente mercantile, che ne aveano altrove tanto peggiorate le condizioni e fomentati gli orrori: anzi era rimasta ancora nel suo stadio patriarcale con tutti i lenimenti, i riguardi e i conforti, naturalmente assai relativi, di cui era suscettibile una vita semplice e familiare[12]. Se qualche cosa potea colpire que’ primi cristiani, era l’antitesi tra la semplicità della vita nazionale e lo sfoggio delle abitudini importate, il contrasto tra ricchi e poveri[13]; e non si mancò di notare tali antagonismi e di proiettarli con sorte invertita nell’atteso regno di Dio; ma l’antitesi di liberi e di schiavi non poteva essere facilmente rilevata, nè per deplorarla, in un paese in cui l’antitesi non era acuita, nè per risolverla dove il salariato mancava di tradizioni e di sviluppo[14]. Così può spiegarsi come nella tradizione evangelica, anche quale è giunta a noi, alterata e rimaneggiata, l’accenno alla servitù ricorre piuttosto raramente e, più che altro, in via di esemplificazione, sicchè l’ermeneutica de’ polemisti ha potuto a suo agio sbizzarrirsi per trovarvi argomenti pro e contro la schiavitù. Ma, a misura che il movimento cristiano usciva dal ristretto paese, che n’era stato la culla, e veniva a contatto con la civiltà greco-romana, si trovava a dovere affrontare diversi contrasti, vincere diverse resistenze, superare altre diffidenze, adattarsi ad un altro ambiente. Ed una piaga viva e sanguinante di quella civiltà stava divenendo ogni giorno più la schiavitù, fonte di rivolte palesi e di intimo e permanente squilibrio e di cui non si sapeva e poteva presagire la fine o indicare il modo concreto di trasformazione; e tanto meno si sapeva e poteva provocare una risoluzione definitiva con un consapevole ed efficace indirizzo di politica economica. La netta separazione tra il regno di Cesare e quello di Dio che la tradizione evangelica mette in bocca a Gesù, oltre che un elemento integrante della fede, diveniva pe’ suoi seguaci, evangelizzanti attraverso il mondo greco-romano, un precetto di opportunità politica punto trascurabile. Il carattere intransigente ed esclusivo della loro fede, che non le permetteva di esistere accanto ad un’altra, ma le imponeva di soppiantare ogni altra, avea già per sè solo cominciato a provocare persecuzioni[15] da parte dello Stato romano, così tollerante verso le religioni ed i culti non dominati dallo spirito di proselitismo, eppure ora preoccupato degli sforzi tendenti a scalzare la religione pagana. Che cosa non sarebbe mai accaduto, quando alla propaganda religiosa se ne fosse fatta seguire un’altra che attaccasse a dirittura o minasse le instituzioni su cui poggiava l’ordine economico e politico della società e dello Stato?

Così, nelle lettere apostoliche e cattoliche e in quelle pervenute a noi sotto questo nome, il riconoscimento ampio dell’esistente ordine sociale e politico, l’ossequio all’autorità costituita, e con essi il rapporto di dipendenza degli schiavi da’ padroni, divengono sempre più chiari, distinti e perfino insistenti, a misura che si procede nel tempo.

Nella prima epistola a’ Corinzi, autentica dell’apostolo Paolo e quindi più antica, il rapporto e la definizione del servo e del libero sono riguardati da un punto di vista puramente religioso, che ha come sostrato la devozione a Dio e la purificazione battesimale; e si allude, in una forma rapida ed ellittica, alla condizione sociale, come a qualche cosa di poco importante e di secondario rispetto allo stato spirituale creato dalla credenza religiosa. Viene messa innanzi la considerazione, così di frequente ripetuta poi negli scrittori cristiani, che il libero credente diviene servo di Cristo e il servo credente servo affrancato del Signore (VII, 22), e si ristabilisce così virtualmente la loro uguaglianza; si aggiunge indi, con due brevi paragrafi, che nella forma letterale possono sembrare oscuri e deficienti ma che sono chiariti dal complesso della lettera: “Foste comperati per prezzo: non diventate schiavi degli uomini. Ognuno, o fratelli, rimanga al cospetto di Dio [nella condizione] nella quale era, essendo chiamato [alla fede]„[16].

Queste espressioni trovano il loro complemento in un altro passo della stessa lettera (XII, 13), in cui è detto: “Giacchè noi tutti siamo stati battezzati in un solo spirito ed in uno stesso corpo, e Giudei e Greci, e servi e liberi, tutti ci siamo abbeverati in uno stesso spirito„; tratto che ricomparisce in forma presso che identica nella epistola a’ Galati (III, 27-29), la cui autenticità, pur revocata in dubbio, è prevalentemente ammessa[17].

Ma, qualcosa di più spiegato si trova, quando da queste lettere si passa ad altre la cui autenticità è fortemente messa in dubbio o a dirittura è asseverantemente negata e che hanno notevoli tracce di rimaneggiamenti posteriori, sì da dare argomento a ritenere che siano sorte tardi, fin sotto gli Antonini[18]. Allora, tra l’intrico sempre più rigoglioso delle sottigliezze teologiche, ove tendono a smarrirsi i bei sentimenti di fraternità universale e di larga carità umana, si fanno via, in forma assai più recisa e categorica e dal punto di vista della vita pratica, esortazioni a’ servi perchè siano obbedienti, devoti, fedeli a’ propri padroni. “Servi — dice la lettera agli Efesi[19] che va sotto il nome di Paolo — ubbidite a’ vostri signori secondo la carne con timore e tremore, nella semplicità del cuor vostro, come a Cristo; non facendo le viste di servire, come per piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, adempiendo con l’animo il volere di Dio, servendo con benevolenza come [se serviste] al Signore e non agli uomini; sapendo che ciascuno avrà dal Signore il contraccambio del bene che avrà fatto, sia egli servo o libero. — E voi, signori, fate altrettanto verso loro, smettendo le minacce, sapendo che il Signore vostro e loro è ne’ cieli e che presso di lui non v’è riguardo alla condizione delle persone„.

E lo stesso motivo torna ancora, di nuovo, più esplicito ed insistente, nella prima epistola a Timoteo e in quella a Tito attribuite all’apostolo Paolo, e nella prima epistola cattolica che va sotto il nome di Pietro apostolo[20]. Dice l’epistola a Tito[21]: “Che i servi sieno soggetti a’ propri signori, sieno compiacenti in ogni cosa e senza spirito di contraddizione, che non si sottraggano al servizio, ma mostrino ogni buona fede, così che in tutto onorino l’insegnamento di Dio, nostro salvatore„. E l’epistola a Timoteo (VI, 1-5): “Tutti i servi che sono sotto il giogo reputino i loro signori degni di ogni onore, perchè non sieno bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. E quelli che hanno signori fedeli non manchino a’ propri doveri verso di essi, perchè son fratelli; anzi molto più li servano, perchè son fedeli diletti e che partecipano del beneficio. Insegna queste cose ed inculcale. Se alcuno insegna diversa dottrina e non si attiene alle sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e alla dottrina ch’è seconda pietà, esso si gonfia senza saper nulla, vaneggiando tra dispute e logomachie, onde sorgono odi, contese, bestemmie, tristi sospetti, conflitti di uomini viziati di mente e alieni dal vero, che credono la pietà abbia ad essere un mezzo di guadagno„.

E l’epistola cattolica di Pietro apostolo (II, 13): “Siate adunque sommessi ad ogni umana potestà per riguardo del Signore; e al re come a Sovrano.... (17-19): Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Iddio, rendete onore al re. Servi, siate con tutta reverenza sommessi a’ padroni, non solo a’ buoni e a’ moderati, ma a’ severi ancora. Perchè questa è cosa grata, se alcuno per la sua fede in Dio sopporta dolori, patendo ingiustamente„.