E un altro scopo mi prefiggevo, oltre a quello di stimolar la riflessione dei dissidenti: quello di porgere armi a quanti concordano meco.

Le verità non si imparano solamente dai maestri né di sui libri, tomo per tomo, pagina per pagina: si possono anche afferrare di colpo, da pochi indizi e apparentemente remoti, grazie ad una rapida intuizione. Salvo che, in questo secondo caso, piú difficile riesce addurre le ragioni.

Ora, in Italia, dove l'intuizione e il buon senso fioriscono accanto al mirto, perennemente, molti e molti, pur senza essere iniziati nei misteri eleusini della filologia scientifica, intendevano e intendono che lí sotto si annida qualche grossa mistificazione. Ma, come ho detto, altro è intuire, altro è provare. E finora, quando un profano si arrischiava a sollevar qualche dubbio, saltava subito fuori un filologo babau, e gl'intimava silenzio. «Zitto lí, profano. A me la parola, ch'io sono uno scienziato». Adesso, spero, il giochetto sarà finito. Adesso il povero profano di buon senso, che non ha altro torto se non quello di non essersi tempestivamente sprofondato nei Jahrbücher, nei Beiträge, nei Sitzungsberichte, potrà sempre rispondergli: «No, sei tu un pappagallo». Vedi Minerva e lo Scimmione, capitolo tale, pagina tale.

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Longanime lettore, non ti sgomentare. Butto via un fascio di cartelle, e concludo. Concludo con un ultimo appello ai filologi. Qualcuno mostrò disdegno e terrore dei molti, dei troppi non filologi, che avevano accolto festosamente il mio libro, e ai quali porgo qui i miei ringraziamenti vivissimi. Dove si va a finire, piagnucolavano quegli altri, se tutti vorranno parlare di filologia?

Non vi spaventate, cari Colleghi, non fate le zitelle ritrose. Non temete le discussioni. Quando in qualsiasi provincia di studio impera senza contrasto una scuola, quella provincia è prossima allo sfacelo. Lo spirito vive del contrasto. L'intorpidirsi delle idee in moduli prestabiliti, gli riesce fatale, come la stagnazione dell'acqua alla salubrità dell'aria. Nelle caverne, chiuse da cinquanta anni, della filologia italiana, lasciate che entrino a gran fiotti l'aria, la luce, i raggi del sole.

Allora sembreranno evidenti e naturali tante cose che ora sembrano arcane ed inconcepibili. Questa fra l'altre: che questo mio libro tanto incriminato non è se non una pura e semplice e modesta difesa del buon senso italiano. Di quel buon senso che lo sterile e prosuntuoso «metodo scientifico» ha ucciso da un pezzo in tutte le nostre scuole. E questa volta, senza neppure la curiosità di vedere com'era fatto.

Ma il buon senso non è morto. Giace riverso, mezzo fra torpido ed ebbro. E pei giorni venturi e per i nostri figli, noi lo vogliamo ridesto, limpido e vigile. E questo mio libro non deve essere una lamentazione funebre, bensí una squilla di risveglio, una diana italiana. Amici e nemici, levate con me il calice dell'auspicio!

Settembre 1917.