Essere in Firenze, e ricominciare a studiare le strade per tornare in Francia fu tutt'una. Il male si era, che le nostre piccole risorse avevano avuto un colpo tremendo, e che la questura aguzzava, come Argo cento occhi per spiare i nostri movimenti più piccoli, le nostre più segrete conventincole. Non si credano esagerate le mie parole: per il malaugurato affare di Livorno si era cominciato un processo, e si adopravano nelle sfere governative a tutt'uomo per mandarlo avanti o di riffe o di raffe: si voleva infatti far vedere alla Prussia come in Italia fossero ligi al principio di neutralità e come il governo non dividesse per nulla le idee piazzaiole di quello scomunicato di Garibaldi.

Noi dal canto nostro non stavamo con le mani in mano, e, tra le altre cose (vedete, come eravamo poeti) si cercò di organizzare in Firenze una compagnia tutta Toscana, che si sarebbe chiamata dei carabinieri dell'Arno. Un tal disegno ci portò per le lunghe: e tra proposte, decisioni, consigli si perse un tempo prezioso.

Mentre nell'Atene dell'Arno, quantunque muniti delle più belle intenzioni, non si dava nè in tinche, nè in ceci, il coraggioso e bravo Ricciotti compieva la romanzesca impresa di Chantillon. La democrazia e tutti coloro che sentono amore per l'Italia, applaudivano calorosamente il giovane condottiero, che con un pugno di uomini, sorprendeva, notte tempo, ottocento Prussiani, ne faceva più che quattrocento prigionieri, e toglieva loro buon numero di cavalli e di armi.

Garibaldi, dopo aver costituito il suo microscopico esercito a Dôle, si era portato ad Autun, e dopo avere ottenuto splendidi resultati a Lantenay, si era spinto fin sotto Dijon, ed avrebbe certamente occupato questa città, se l'imperizia e la codardia della guardia mobile non lo avesse obbligato a ritirarsi fino nella città, da dove si era partito con tanta speranza nel cuore. I Prussiani avevano cercato di sorprenderlo, capitando all'impensata in Autun, ma grazie all'esattezza dei tiri delle batterie da montagna che l'illustre generale aveva sotto i suoi ordini ed al valore dei giovani volontarii, i tremendi soldati che facevano paura a tutta l'Europa, dopo averne buscate come ciuchi, si erano refugati a rotto di collo dentro Dijon, dove il generale Werder aveva piantato il suo quartier generale.

Queste notizie che leggevamo sui giornali erano tante stilettate per noi; già varii dei nostri compagni erano partiti alla spicciolata per la Francia. Io mi rammento che in quei giorni mi vergognavo ad uscir soltanto di casa: mi pareva che tutta quella gente che era conscia della mia prima partenza mi ridesse sul muso, e che dentro di se mi rimproverasse quell'inerzia, che d'altronde era la conseguenza logica della mia situazione.

Finalmente un giorno capitò da me, che in quel momento avevo già dismesso il pensiero di poter prender parte alla campagna di Francia, il Bocconi, e, senza che io proferissi nemmeno una parola mi disse: Sei sempre deciso di venire in Francia?

—Sicuro!—Gli risposi.

—Allora domani l'altro partiamo.

—Non burli?

—Ti parlo del miglior senno possibile… ci stai sempre.?