—Sul mio onore.
E noi ci avviammo al celebre Comitato che aveva la sua sede sulla piazza della prefettura.
Un gruppo di giovani dal portamento spigliato, era sulla cantonata e faceva pervenire ai nostri orecchi il dolce suono della gentile favella del sì. Saranno stati all'incirca una cinquanta ed erano tutti Italiani, qualcuno aveva il berretto rosso: tutti vestivano ancora con abiti cittadineschi. Fummo accolti da loro come fratelli: in quei momenti s'improvvisano le amicizie, e il tu alla quacquera di primo acchito, soave reminiscenza dell'Università, predomina su tutta la linea: nè si creda che queste amicizie che si concludono in un quarto d'ora, sfumino come tutte le amicizie del mondo, poiché sono le più inalterabili, perché dopo molti anni quando l'uomo vive nel passato e chiede un conforto e una lacrima al sacro patrimonio d'affetto che ha raccolto qua in terra, ripensa a questi amici di gloria e di sventura come l'esule, o il prigioniero ripensano alla casetta paterna.
Tutti erano allegri… si andava incontro a un nemico formidabile, si era certi della difficoltà di vincere, si sapeva che probabilmente metà di noi avrebbe pagato col sangue le idee che ci bollivano in testa, ma che c'importava? Anche il sacrificio ha le sue voluttà e sono più inebrianti di quelle della gioia.
—Stasera non possono partire.—Venne a dirci un coso sbilenco, che doveva essere addetto al Comitato.
—Daccapo—Urlarono i giovani e proruppero in fischi.
—Domani sera partiranno di sicuro—Proferì a malapena quel corvo del malaugurio e se la svignò alla chetichella.
—Pazienza ragazzi… bisogna assuefarsi alle disillusioni; venite con me alla vicina taverna e là faremmo passare la malinconia, trangugiando un buon bicchier di vino caldo.
Quello che parlava era un bel tipo di militare; era già vestito da
Garibaldino e camminava un po' zoppo.
—Evviva il Mago!—Gridarono tutti.