—Che volete… che dica…

—Di quello che sai: raccontaci come si portano i nostri, quale è la nostra organizzazione, e se infine i soldati Prussiani sono poi quella gente famosa da far tremare tutto il mondo…

—In quanto a questi vi assicuro che non fanno di noccioli e che tirano diritto, e che son duri come montagne, ma, poiché volete saper proprio ogni cosa, vi spiffero tutto dall'a alla z pregandovi a scusarmi se non parlo in punta di forchetta.

Tutti fecero silenzio e il sergente (il Mago era sergente), incominciò: Figuratevi che si era in Autun. Il clima di Francia è pazzo come gli abitanti. A Dôle non aveva fatto che piovere, a Autun era un freddo che ci pareva di essere in Siberia. Noi stemmo sei giorni all'avamposti e vi assicuro di aver provato certi brezzoni, che al solo ricordarli mi sento gelato. Riunita tutta la legione, si partì col nostro Vecchio per Arnay le Duc.

—O in che legione eri?—Interruppe uno.

—Io ero con Tanara; un bravo uomo, ragazzi, un uomo, del genere del quale ce ne vorrebbe dimolti nella democrazia, uno di quei pochi insomma che si seguono volentieri, quando cominciano a fischiare le palle!.. Tornando a bomba: vi dirò che da Arnay le Duc, girammo come l'Ebreo Errante, per tutti quei paesuoli, sempre in cerca dei Prussiani che non si vedevano mai… Che marcie, figliuoli!.. Non dubitate, che chi potrà raccontare questa campagna, potrà esserne altero e potrà dire di esser sfuggito alle unghie del diavolo. Il giorno ventiquattro entrammo in Malin, abbandonato poco prima dai Prussiani; pernottammo alla stazione, e Garibaldi, il bravo uomo, era là.. in mezzo a noi, a farci coraggio, a prometterci che ci saremmo fatti onore. Il freddo era intenso, acutssimo e il nostro Vecchio era sorridente, sereno, come se fosse stato nella stanza più bella e più riscaldata del suo quartier generale. Gli abitanti cercavano di renderci meno dure le privazioni colle loro gentilezze: e si affannavano a portarci da mangiare, e da bere; le donne, anche delle classi non basse, ci portavano il pane ed il vino e ci stringevano la mano. L'era una cosa da far piangere i sassi… ve l'assicuro. All'alba partimmo e ci frastagliammo compagnie per compagnie nei borghi diversi, adiacenti a Malin. Così passammo l'intera giornata: sul far della sera venne ordine immediato di partenza, e difatti tutti insieme si andò a Lantenay. Qui trovammo un infinità di guardie mobili, qualche pezzo di artiglieria, un mezzo squadrone di Chasseurs d'Afrique e varii corpi di volontari. Garibaldi alloggiò al castello; noi ci fermammo proprio sotto di lui e per riscaldarci facemmo degli immensi falò. I Prussiani erano al di là di una foresta che si stende sull'alture del Nord Ovest del Castello; in linea retta tra noi e loro non ci correva nemmanco un chilometro. La mattina del ventisei oltre la paga ci diedero dei pezzi di capretto che erano stati requisiti; ma sul più bello, allorché si cominciava ad assaporare questa vivanda così patriarcale, suonò l'assemblea, e in un minuto bisognò correre ai ranghi, lasciando sul terreno e nelle case più di metà di quel cibo, che con tanta veemenza veniva reclamato dai nostri stomachi vuoti. Appena arrivati al castello, vedemmo Garibaldi a cavallo: era seguito da Menotti, da Bordone, da Canzio. Il Vecchio diede qualche ordine, poi seguito dai suoi e da alcune guide ci precedette, inoltrandosi al trotto verso l'estremità della foresta; dopo brevi istanti noi ci avanzammo. Pigliammo una viuzza e in poco tempo raggiungemmo lo stato maggiore. Allora si ordinò a due compagnie del primo battaglione, tra le quali alla mia, di occupare l'altipiano e di stenderci in catena. Nell'eseguire quest'ordine voltai i miei occhi a destra e vidi in terra sdraiato il prode Garibaldi. Egli si riposava: lì a cento passi da noi.. Io non sono un poeta, sono un ignorante, un soldataccio cresciuto tra bestemmie della caserma, ma che volete, non ve lo nascondo, veder quel vecchio, malato, quell'uomo della cui fama è pieno il mondo e che si è già conquistata l'immortalità, vederlo, dico lì sdraiato come uno di noi, con quella faccia di santo, a pochi passi dalla morte, io sentii inumidirmi le ciglia e piansi come una donnicciuola, o come un abatino.

Due batterie, una da campagna e l'altra da montagna, presero posizione accanto a noi. Poco distante tuonava il cannone; erano le truppe di Bossak e di Ricciotti, almeno lo credo, che disturbavano le mosse del nemico. Che magnifico spettacolo ci si presentò agli occhi, quando principiammo a guardare! Una vallata ubertosissima di vegetazione si stendeva sotto di noi; i battaglioni Bavaresi e Prussiani formavano un'estesa e ben compatta colonna; gli ulani correvan da un estremo all'altro di quella linea, che sembrava di ferro, tanto era nera: ma colle nostre complessioni e coi nostri comandanti si ammacca anche il ferro!.. Venne l'ordine infatti di avanzarsi.

Il terreno che dovevamo percorrere era pieno d'intoppi: era un avvicendarsi di piccoli scaglioni che qualche volta ci facevano andare a gambe levate. I Francs Tireurs si erano internati nella foresta e appoggiavano i nostri movimenti. Dopo poco trovammo dietro uno dei tanti rialzi gli Chasseurs d'Afrique che erano in esplorazione. Una scarica a bruciapelo eseguita dai Prussiani, li fece retrocedere; allora occupammo noi la sommità abbandonata dalla nostra cavalleria. Il rombo del cannone si fece sentire da tutte e due le parti, i Prussiani rispondevano ai nostri con accanimento: le palle, le bombe ci smaniavano di sopra, di sotto, intorno al capo, alle gambe: ogni poco i superiori ci ordinavano di sdraiarci per terra, Una rachetta portò via la coscia del bravo luogotenente Dell'Isola aiutante di Menotti. Il nostro capitano Morelli era sempre alla testa della compagnia e diè prova di un sangue freddo, che, come vecchio soldato, io vi dichiaro rarissimo. Pigliammo d'assalto un paesetto, lo traversammo a baionetta calata, in mezzo agli applausi di quei buoni abitanti. I Prussiani si ritiravano colle loro artiglierie: apriamo il cuore alla gioia, guardiamo e si vede in capo alla strada il Generale; ma dunque quest'uomo è per tutto, quest'uomo è miracoloso, quest'uomo è invulnerabile!.. Gridano i volontari, e poi, tutti prorompono in acclamazioni all'illustre condottiero. Garibaldi ci salutava col suo solito sorriso, poi, chiamata una tromba, si fece dare un poco da bere, e bevve l'acqua di una vicina pozzanghera. Intanto il cielo aveva aperto le sue cateratte, ed una pioggia diabolica c'inzuppava maledettamente i vestiti, e ci rendeva assai malagevole il camminare a causa del fango che produceva.

Facemmo alto in un luogo disabitato e scoperto; quivi sfilò innanzi ai nostri occhi tutto il piccolo esercito che aveva sotto di se Garibaldi. Passato che fu, venne anche per noi l'ordine di avanzarci senza sapere ove si andasse e senza nemmeno curarsene: che il buon soldato non deve mai discutere, nè sofisticare su quanto ordinano i superiori. Dopo aver camminato un poco, noi del battaglione, comandato da Ciotti, arrivammo in un piccolo villaggio situato al Nord di Lantenay, e qui dalla bocca stessa dei villici sapemmo che i Prussiani, prima di partire, avevan fatto man salva di tutto il bestiame.

Di cibo non ci era da parlarne, e noi si aveva un appetito numero uno; una sola botteguccia era aperta, ma anche in questa non si trovavano che pochi pezzucci di pane; li dividemmo da buoni fratelli, ma appena si cominciavano a divorare, eccoti di nuovo l'ordine d'immediata partenza. Ragazzi miei, non è il fuoco che costituisce lo amaro di una campagna, chè anzi ne è la pagina bella; sono le privazióni e gli stenti, a cui però di buon grado deve assoggettarsi il soldato dell'idea. Noi eravamo stanchi, le gambe non ci reggevano più, i respiri si elevavano a mala pena dal petto, ma il nostro lavoro non era terminato, bisognava finirlo, come volea Garibaldi, e o male o bene noi lo facemmo ed ecco come andò.