Ci moviamo: qual felicità! Eppure credevo di dover provare un po' più d'allegrezza: il Cielo era d'un colore plumbeo e, per quanto tu aguzzassi lo sguardo, non giungevi a vedere un solo strappo che ti facesse sperare il sereno: eppoi, non lo so, partendo non si può fare a meno di risentire una certa malinconia…. son troppe le reminiscenze che vengono a assalirti, tutte di un colpo; il minimo nonnulla prende le proporzioni delle cose più grandi; ci si rammenta i più inconcludenti discorsi, si ripensa alle passeggiate gradite, ai geniali convegni, alle conversazioni che eravamo soliti di frequentare; gli stessi dispiaceri che abbiamo provato ci sembrano meno crudeli; e nelle nostre fantasie si affollano invece le gentili esibizioni degli amici, gli affettuosi conforti delle nostre belle, i favori che ti fu dato ricevere, frequentando la società; le vie per le quali eri solito passeggiare le ti sfilano davanti, coi suoi negozi, colle sue gentili passeggiatrici che ti sono divenute familiari, quantunque tu non le abbia mai avvicinate: e davanti ai tuoi occhi che distrattamente si affissano sugli alberi, i quali sembra che friggano indietro impauriti a veder passare la macchina, sfilano ad uno ad uno, quasiché fossero figure di lanterna magica, i volti di tutti coloro che ti conoscono, che tu conosci, o che hai veduto anche soltanto una volta: le occupazioni che poco fa riguardavi come un martirio, ora ti sembrano, care… E quando tornerò?… E se non tornassi più?…. Quante cose saranno cambiate, nel primo caso…. chi mi compiangerà nel secondo?!.. Oh! In questi momenti si comprende l'eroismo di chi per una idea può lasciare una madre!
—Livorno—Grida la guardia.
—Già…. a Livorno—Pensai tra me e me—Ed io che credeva di essermi mosso da pochi minuti! Chi avevo avuto per compagni di viaggio? io non me lo ricordo; probabilmente mi devono aver preso per matto.
Scendo e vado di corsa in via Grande, ove avevo l'appuntamento a Livorno; il Consolato Francese doveva darci modo di pervenire sicuramente a Marsiglia; chè la questura Livornese, diretta dal celebre Bolis stava con tanto d'occhi sgranati, affinchè nessuno salisse sui vapori francesi, importunando e viaggiatori, e marinari, e facchini di porto, fino a tanto che questi non avessero dati schiarimenti più che lampanti sull'esser loro, o sulle faccende che li facevano stare sul mare; anche muniti di biglietto, si correva rischio di esser mandati e con cattivo garbo, di dove si era venuti, e i passaporti non si volevano più concedere ad alcuno.
Sicuro che gli amici avessero fatto le pratiche, che ci era stato consigliato di fare, io sentii sollevarmi un gran peso dal cuore, appenachè potei muovere un passo nella città; rincontrai quasi subito gli altri, ma, ahimè qual delusione!…. Le loro ridenti fisonomie erano diventate oscure; nessuno di loro osava indirizzare una parola al compagno, e tutti mi accolsero con quella musoneria con cui i popoli accolgono un re, dopo un manifesto del sindaco, che invita a rimettere anche un tanto di tasca per le spese del ricevimento.
—Che ci è di nuovo?—Domandai con ansia, a quelli che mi avevano fatto un cerchio all'intorno.
—Che ci è di nuovo?—Proferì con rabbia, il più secco e più bisbetico—Perdio!…. Vieni al Consolato e vedrai…. E avrebbe a andar benino, davvero!
—Andrà come doveva andare—Soggiunse un'altro—Quando alla testa ci si vuol metter certa gente…. Quando si vuol proceder sempre con certa maniera…. Già lo dicevo io… tutte le volte che ci siam fidati dei Francesi si è fatto proprio un bel bollo.
—Ma insomma cosa ci è?… si parte?….
—Sì…. per Firenze, o per dir meglio per le Murate!