Fino dal 1786, allo scopo di ripartire in modo equo e vantaggioso per il servizio i beni ed i mali delle diverse guarnigioni d'Italia e d'oltremare, il Senato aveva stabilito un turno di generali; ossia un determinato ordine di successione dei generali medesimi al comando dei quattro grandi riparti militari in cui si suddivideva il territorio della Repubblica[45].

Fu assegnato allora in Levante il sergente-generale Maroti, con i sergenti maggiori di battaglia Bubich e Craina; in Dalmazia il sergente generale Salimbeni—ricordato più sopra—con i sergenti maggiori di battaglia Nonveller ed Arnerich; in Italia il tenente generale Pasquali, con i sergenti maggiori di battaglia Stràtico e Bado. Dopo quattro anni questi generali dovevano mutare residenza, ma nel 1790—cioè allo spirare del primo quadriennio dacchè la determinazione fu presa—il sergente maggiore di battaglia Arnerich faceva sapere al Savio alla scrittura che egli non era più in grado di muoversi dalla Dalmazia, perchè diventato più che nonagenario.

E non soltanto i generali erano incapaci di viaggiare dall'Italia, oltremare e viceversa. Nello stesso anno 1790 anche i colonnelli brigadieri Macedonia e Gazo si dovettero lasciare alle rispettive guarnigioni, stante la loro tarda vecchiezza.

La gerarchia generalizia era poi troppo ristretta in confronto degli aspiranti. La piramide gerarchica nell'esercito Veneto si restringeva talmente verso il vertice da rendere necessaria una longevità pressochè biblica per raggiungerla. Nel 1781 i quadri dello stato generale erano: 1 tenente generale, 2 sergenti generali, 6 sergenti maggiori di battaglia, oltre ai sopraintendenti del genio e della cavalleria con il grado di colonnelli brigadieri. Il tenente generale era Alvise Fracchia-Magagnini di 85 anni, di cui 68 di continuato servizio; i sergenti generali erano Pasquali e Rade-Maina, vecchi colonnelli dei fanti oltramarini; i sergenti maggiori di battaglia Arnerich, Salimbeni, Maroli, Nonveller, Rado e Stràtico.

Non pochi di questi occupavano ancora le cariche generalizie nel 1796,
vale a dire che erano infeudati nell'ufficio da oltre tre lustri.
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Teoricamente i metodi per la elevazione degli ufficiali agli alti gradi dell'esercito dovevano essere di garanzia sicura per la bontà dei quadri. La procedura per la nomina delle cariche generalizie—esclusivamente devolute alla scelta—era infatti assai minuta, abbenchè non scevra di sospetti di favoritismo. A tenore della così detta legge di Ottazione, cioè di avanzamento [46], le vacanze nei gradi dovevano ripianarsi entro tre mesi dacchè avvenivano; tempo più che necessario per una scrupolosa valutazione dei titoli dei concorrenti, ma anche più che sufficiente per dar modo alle consorterie di raggiungere i propri fini.

I titoli presentati dai candidati formavano, nel loro assieme, i così detti piani di prova. Vi figuravano i lunghi e buoni servigi prestati sotto la vermiglia bandiera della Repubblica, le ferite, le malattie sofferte a motivo del contagio, le azioni di merito e—ove ne era il caso—anche le prigionie passate sotto i Turchi, i naufragi patiti e la perdita degli averi. Gli ultimi tempi imbelli della Serenissima avevano naturalmente assottigliato di molto il bagaglio eroico di codesti titoli, surrogandoli con i più modesti e comuni dell'anzianità e della età dei candidati, e su questi titoli si esercitava la retorica degli ufficiali concorrenti.

Il sergente maggiore di battaglia Antonio Maroli così faceva, ad esempio, nel 1782 l'apologia di sè medesimo, aspirando al grado del valetudinario Rade-Maina collocato finalmente a riposo:

«Fino dai primi anni Antonio Maroli si incamminò alla professione delle armi. Passato per la trafila dei vari gradi, con l'assiduità del servizio e con la provata sua abilità giunse, nell'anno 1768, ad occupare il grado di colonnello. Le attestazioni delle primarie cariche da Mar e degli ufficiali dello Stato generale e di molti altri graduati, rilevano di avere egli utilmente servito nel laborioso carico di sergente maggiore nella importante piazza di Corfù, impiegandosi pure, per varî anni, nella istruzione del reggimento, negli esercizi e nella militare disciplina anche in pubblici bastimenti in mar.

«Imbarcato sopra la nave San Carlo che tradusse a Tenedo il fu Ecc.mo Kav. Correr, bailo[47], si fermò sulla medesima in attenzione dell'arrivo dell'altro Ecc.mo bailo Francesco Foscari, ed in questo frattempo attaccatasi grave epidemia nell'equipaggio di detta nave si maneggiò egli presso i comandanti turchi per avere ricovero in terra… Nel sostenere i governi delle armi (comandi di presidio) di alcune città e fortezze nei differenti riparti di terra e di mar, eguale fu la di lui attenzione ed attività, che gli conciliò approvazione. Molto fu poi riconosciuta la di lui direzione nel seguito ammutinamento di prigionieri di Brescia per metterli a dover, nel quale malagevole incontro per 18 ore sostenne con coraggio il fuoco degli ammutinati, e gli toccò vedere ai suoi piedi ucciso un caporale e ferito un soldato»[48].