Prima di lasciare l'argomento degli ufficiali veneti, occorre aggiungere ancora qualche cenno che valga a lumeggiare la loro posizione interiormente ed esteriormente all'ambiente militare del tempo.

I sistemi di ingaggio delle truppe—sopravvissuti a Venezia per lunga tradizione fino dall'epoca delle compagnie di ventura—riflettevano di necessità sugli ufficiali la fisionomia particolare di comandanti non tanto d'uomini, quanto di custodi di merce acquistata a suon di quattrini dalla Serenissima sul mercato dei soldati di mestiere.

Si spiega quindi come, dato tale ambiente, le occupazioni dell'ufficiale fossero in prevalenza amministrative, anzichè tecniche, educative e morali. Le tradizioni del reggimento, i ricordi dei principali fatti di guerra—che solevano tramandarsi egregiamente in Piemonte tra le milizie paesane—non avevano quindi un equivalente riscontro morale tra i Veneti, neppure tra le cerne dei migliori tempi della Serenissima. I soldati di mestiere avevano anzi smarrite tutte queste tradizioni, a motivo dell'avvicendarsi dei nuovi ingaggiati nei corpi, del frantumarsi dei riparti nelle varie guarnigioni e degli atteggiamenti diversi assunti dalle milizie venete della decadenza, divise di continuo tra il servizio di sentinella, quello ai daziere, di guardia confinaria e campestre, oppure di rincalzo ai satelliti degli Inquisitori di Stato.

Epperciò, all'infuori del comandante di compagnia, il cui compito era quello di amministrare il mezzo centinaio di uomini che la Repubblica gli confidava, per essere equipaggiato, armato e nutrito, nessun altro ufficiale aveva attributi speciali nell'ordine dell'educazione e dello apparecchio morale dei propri dipendenti. Neppure il colonnello aveva sotto questo riguardo particolari incarichi; che anzi, per l'uniforme costume di ridurre tutto quanto aveva attinenza al soldato al denominatore comune dell'amministrazione, seguendo la moda del tempo anche nell'esercito veneto sopravviveva la compagnia colonnella, alle cui funzioni contabilesche non potendo accudire di persona il capo del reggimento venivano da lui delegate ad un tenente anziano, detto perciò capitano-tenente. In analogia si regolava il tenente colonnello ed il sergente maggiore, che avevano pure essi la rispettiva compagnia, confidata figuratamente al governo di un capitano che ne faceva in realtà le veci amministrative in tutto e per tutto.

Dal capitano, comechè si trattasse di un vero e proprio possesso individuale, prendevano poi nome le altre compagnie, la cui anzianità e disposizione nelle manovra era fissata dall'anzianità del rispettivo comandante, dopo la compagnia del colonnello e degli altri ufficiali superiori del reggimento.

Il prevalente carattere mercenario delle milizie venete aveva inoltre, da tempo, avvezzi i governanti a considerarle quale strumento ligio all'oligarchia che le manteneva in vita; e tale modo di essere—contrario ad ogni libero svolgersi delle attività morali—si rifletteva necessariamente anche sul carattere degli ufficiali. Valgano a questo proposito due ordini di concetti: quello di servirsi degli ufficiali nelle operazioni poliziesche di maggior rilievo,—quale l'arresto fatto dal colonnello Craina, dei fanti oltremarini, del noto patrizio liberale Zorzi Pisani—e della fiscalità continua esercitata sopra di essi—specie sui comandanti di compagnia—in tutte le manifestazioni amministrative; ciò che contribuiva a far ritenere gli ufficiali medesimi come asserviti di continuo ad una specie di stato di tutela da parte delle maggiori autorità e magistrature competenti.

Ma, ad onore degli ufficiali Veneti, conviene pure soggiungere a questo punto che mai, nelle voluminose filze del carteggio militare della decadenza, si trova citato un caso che giustifichi codesta diffidenza fiscale, la quale d'altronde era connaturata nei tempi ed in molti eserciti d'allora, e che si è tramandata per qualche traccia perfino a giorni non lontani dai nostri [74].

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Se la grande massa degli ufficiali adunque—quelli di Linea— trascorreva l'esistenza morale ed intellettuale in tale angusto cerchio di attribuzioni e di consuetudini, fatto ancora più uniforme dal grigio dell'inoperosità della decadenza repubblicana, ciò non toglie che qualche altro corpo di ufficiali stessi—a base più ristretta ed a reclutamento più omogeneo,—non intravedesse degli spiragli verso orizzonti più audaci o verso aspirazioni che precorrevano il futuro.

Il Collegio Militare di Verona, per le sue relazioni scientifiche con l'Università di Padova, per l'indole e la nazionalità di taluni suoi insegnanti, si prestava anzitutto da buon crogiuolo delle nuove idee ed a propalarle nell'esercito. Fino dal 1764 si lamentava infatti dal Savio alla Scrittura, che tra i giovani dell'istituto serpeggiassero «dei mali principi, pregiudicievoli alla buona morale, molto più ancora contaminata dalle massime di libertà che vien fatto di credere che si siano nel Collegio disseminate».