Occorreva perciò rompere subito gli indugi ed in quest'arte Buonaparte era maestro insuperabile. Il caso di un ufficiale francese ucciso per le campagne di Villafranca, qualche borseggio, qualche rissa accaduta fra gli oltremarini mal compresi dai soldati di Francia non famigliari con l'idioma illirico, porsero l'occasione propizia per imporre al Senato di sfrattare da Verona le casacche cremisine dei fidi dalmati.

Al generale Massena toccò di apparecchiare l'animo dei Veneti alla grave rinunzia. «Il est temps enfin, monsieur le provvediteur»—così scriveva quel generale a Nicolò Foscarini, il 4 luglio 1796—que les assassinats que vos soldats ne cessent de commettre envers les miens, finissent. Le général Rampon, commandant à Veronne, m'a dejà rendu compte que plusieurs de nos volontaires avoient été assassinés a coups de stilet, ou de sabre, par vos Esclavons»[86]. Tre giorni dopo Massena ribadiva ancora la sua tesi con cresciuta insistenza e protervia: «Par les piéces ci jontes Vous verrez que les assassinats continuent, et que les ordres que je presume que Vous avez donné pour les reprimer ne sont nullement suivis. Je Vous previens que si ces horreurs ne finissent pas, je ne pourrai plus Vous répondre des suites funestes q'elles causeront infalliblement»[86].

Infine, dopo il cupo rombo della tempesta lontana, venne il guizzo della folgore.

L'8 di luglio Buonaparte indirizzava al provveditore Foscarini la lettera che segue: «Il y a entre la troupe française et les Esclavons une animosité que des malveillaux, sans doute, se plaisent à cimenter. Il est indispensable, Monsieur, pour eviter des plus grands malheurs, ainsi facheux que contraires aux intéréts des deux Republiques, que Vous fassiez sortir demain de Veronne, sous les pretexes les plus specieux, les bataillons d'Esclavons que Vous avez dans la ville de Veronne»[87].

L'espressione della volontà del vincitore era chiara e precisa e non ammetteva replica. Essa si fondava per di più sulla presunzione che il contingente illirico stanziato a Verona fosse di molto superiore al mezzo migliaio di dalmati che vi teneva effettivamente guarnigione sui primi di luglio. Epperciò ogni tentativo per far recedere Buonaparte dalla determinazione presa riuscì vano, ad onta che il provveditore Foscarini, col collega Battagia, si fossero adoperati coi modi più soavi ed insinuanti a produrre l'effetto bramato. «Ciò però non servì ad altro—aggiungevano i provveditori—che a far prendere a Buonaparte un tuono ancora più deciso, sicchè abbandonando quelle maniere piacevoli colle quali ci aveva in prima accolti, disse che era tempo oramai che cessassero tutti gli scandali, e che fosse tolta radicalmente l'occasione a querele… e che senza dilazione di sorta gli Schiavoni si rimpiazzassero con Italiani, in quel numero che fosse piaciuto. Che egli poi (Buonaparte) non si curava di esaminare chi tra gli Schiavoni o Francesi avesse ragione o torto, che non dovevamo però ignorare che scambievole era tra queste due nazioni il livore e lo spirito di vendetta. E facendoci intendere che era necessitato di occuparsi di altri affari, ci obbligò subito a congedarci»[88].

Ai due rappresentanti di un potere oramai morituro messi così duramente alla porta, tra la vergogna del sottomettersi e l'incertezza dell'esito in una reazione improvvisata senza la ferma volontà di rinsanguarla con il braccio e con la fede, il primo partito parve più prudente e conforme alle necessità dell'ora. E gli Schiavoni, all'alba del 9 di luglio—come Buonaparte aveva voluto—uscirono da Verona di soppiatto, come fuggiaschi di fronte alla fatalità di un destino che incombeva sul loro capo come su quello dei governanti della Serenissima. Le casacche cremisi, che mai avevano indietreggiato per lungo volgere di anni di fronte alla furia turchesca, cedevano ora misteriosamente terreno come pressati dall'avvento delle nuove età. Sotto questa oscura minaccia il passato, quasi fatto persona in quegli ultimi soldati fedeli della Signoria, pareva ripiegarsi su sè medesimo, come dentro le pieghe della vermiglia bandiera della Repubblica.

Tre compagnie del reggimento oltremarino Medin si trasferirono a Vicenza e quattro a Padova, «attendendo in quelle città gli ultimi ordini dell'Ecc.mo Senato». Lo stesso giorno 9 di luglio 1796, le artiglierie del generale francese Rampon salivano indisturbate sui rampari della fortezza di Verona e, con gesto violento, si surrogavano alle armi paesane che vergognosamente si erano date alla latitanza.

Così uscirono gli Schiavoni da Verona. Vi dovevano però ritornare quasi un anno appresso, nel crepuscolo sanguinoso delle Pasque Veronesi, per tingere di rosso quella scena drammatica con cui la Serenissima doveva chiudere il suo lungo e glorioso dominio in terraferma [89].

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Gli oltremarini costituivano le milizie assoldate per eccellenza della Repubblica. Corrispondevano un poco agli Svizzeri, con i quali quei soldati di mestiere avevano comuni lo spirito di ventura, la tenacia delle tradizioni militari e la religione della fede giurata; sentimenti tutti che, saldamente ed atavisticamente, si trasmettevano tra le milizie dalmate come un vero e proprio culto per la Signoria. E la Signoria—quella dello splendore del Cinquecento—ben sicura di questo lealismo e di questa fede, il cui eco non è ancora del tutto spento sull'altra riva dell'Adriatico, aveva confidato agli oltremarini la custodia e la difesa delle fonti della sua ricchezza e della sua gloria: il presidio de' propri navigli quale fanteria di marina, la guardia delle stazioni commerciali più esposte alle incursioni musulmane, la difesa delle teste di tappa sulle strade commerciali più sensibili e rimunerative per i traffici veneziani, infine il servizio da scolta più disagioso e pericoloso sui castelli sperduti in mezzo all'aridità delle Alpi Dinariche.