La fanteria italiana surrogò nel 1775 il tricorno, che aveva portato in giro con qualche gloria nelle campagne di Morea sotto il Morosini, con un caschetto di pelle di vitello adorno di una «placca de otton.» In quella circostanza le compagnie di granatieri degli stessi fanti—create assai tempo prima—ebbero dei berrettoni di pelle d'orso sul modello francese, guarniti di fiocchi azzurri e della «placca» con l'impronta del leone di San Marco.
Pure in quel torno di tempo il colore bianco degli abiti della fanteria italiana—che ne era stato a lungo il distintivo caratteristico, come il cremisi lo era stato per gli oltremarini ed il grigio ferro per gli artiglieri—venne sostituito dal panno azzurro. Così le vecchie velade e bragoni di panno bianco cedettero il campo ad abiti di colore e di taglia alquanto più succinta, chiusi sul davanti da bottoni metallici fin sotto alla cravatta; e ciò per ovviare all'incomodo svolazzamento delle falde e per meglio riparare il soldato nella cattiva stagione. Tale riforma aveva anche una portata economica, perchè il nuovo abito meglio serrato alla vita del fante rendeva possibile l'abolizione delle così dette camiciole, o corsetti di colore che si usavano sotto la «velada.»
Il soldato portava una cravatta di pelle nera, due incrociature, o bandoliere di bulgaro, una per sorreggere il tasco o bisaccia, l'altra per sostenere la baionetta. Le cartucce—venti di regola—costituenti il munizionamento del fante italiano erano riposte nel tasco.
Il governo amministrativo della fanteria italiana si differenziava in qualche parte da quello dell'oltremarina. Un sostanziale divario concerneva anzitutto il vestiario, che nell'italiana era fornito dallo Stato e mantenuto dai comandanti di compagnia, laddove per gli oltremarini—come è detto più sopra—era fornito dai capitani.
Al ramo delicato ed importante dell'amministrazione sopravvegliavano i magistrati sopra camere, cioè i funzionari delle tesorerie locali, impegnando a tal'uopo le somme che ciascuna di esse aveva disponibili per le cose della milizia (Casse al Quartieron).
Le stoffe per le uniformi militari provenivano dall'industria privata, ed erano fornite dalle fabbriche e lanifici di Schio, Castelfranco[115] ed Alzano nel Bergamasco[116]. Anche Venezia si distingueva in quest'arte con due stabilimenti di molta fama, specie nella confezione dei panni colorati di scarlatto, di cremisi e di azzurro, che si esportavano pure largamente in Dalmazia e nelle contigue terre balcaniche.
Le merci che l'industria privata così offriva alla Repubblica erano collaudate di regola presso i depositi al Quartieron, o magazzini di equipaggiamento e di vestiario della truppa. I lanifici e le fabbriche di cui sopra, erano oltre a ciò ispezionate ogni bimestre da due dei cinque Savi alla mercanzia, i quali dovevano vegliare sulla qualità e sulla quantità delle lane da incettarsi per confezionare i panni per uso militar. Queste lane dovevano essere tassativamente della specie nominata sacco, scopia o Puglia[117].
Le medesime cautele vigevano per la fornitura delle buffetterie e dei cuoî necessari per esse: incrociature, taschi, pendoni, o centurini da sciabole, baionette, palossi e palossetti, che erano pure somministrati dall'industria privata e più precisamente dai fratelli Zaghis di Treviso.
I reggimenti di fanteria italiana alla caduta della Serenissima erano in numero di 18. Per decreto del Senato, nel maggio 1790 i reggimenti di cui sopra assunsero un numero progressivo fisso, oltre al nome variabile derivato dal rispettivo colonnello comandante. E questi numeri erano:
Reggimento Veneto Real n. I del colonnello Alberti—reggimento n. II
del colonnello Mario Alberti—reggimento n. III del colonnello Marin
Conti—reggimento n. IV del colonnello Francesco Guidi—reggimento n.
V del colonnello Teodoro Volo—reggimento n. VI del colonnello
Giambattista Galli—reggimento n. VII del colonnello Lòdoli—
reggimento n. VIII del colonnello Pacmor—reggimento n. IX del
colonnello Marco Conti—reggimento n. X del colonnello Francesco
Covi—reggimento n. XI del colonnello Andrea Toffoletti—reggimento n.
XII del colonnello Marino Stamula—reggimento n. XIII del colonnello
Giacomo Sarotti—reggimento n. XIV del colonnello Francesco
Galli—reggimento n. XV di Rovigo—reggimento n. XVI di
Treviso—reggimento n. XVII di Padova—reggimento n. XVIII di
Verona[118].