Questa fanfara era già stata audacemente lanciata all'aria dallo stesso generale Napoleone Buonaparte: «Io—aveva dichiarato al colonnello Veneto Fratacchio, a Castiglione, il 12 Luglio 1706—batterò gli Austriaci e farò che i Veneziani paghino tutte le spesa di guerra!»[259] Un mese dopo Bonaparte imponeva una contribuzioue di tre milioni di franchi alla città di Brescia e trattava col Battagia un prestito da imporsi alla Repubblica[260].
CAPO XI.
Conclusione.
La «Serenissima» si apparecchiava adunque a scomparire sotto una marèa montante di contraddizioni tristi ed anche ridicole. Essa voleva sinceramente la pace con tutti e si sforzava di preparare delle armi lògore e spuntate; fidava palesemente nelle dichiarazioni di neutralità e, privatamente, non si dissimulava le difficoltà di mantenere il rispetto ai trattati in un periodo di violenze e di usurpazioni in cui unico diritto sovrano era la forza; aveva dichiarato la bancarotta nelle finanze insufficienti a mantenere in vita persino il proprio esercito anemico e la propria flotta tarlata, ed i Francesi e gli Austriaci ben rovistando con sfrontatezza e rapacità nelle casse dello Stato e nelle tasche dei privati, si apparecchiavano a trarne il necessario per mantenere e nutrire non solo un esercito, ma ben anco tre, lautamente ed allegramente.
Triste stato dei deboli codesto, fatto di speranza e di timore, di alternative di fiducia e di sconforto. La Repubblica, ridotta a palleggiarsi delle responsabilità non sue, a stendere la mano capitale al nemico ammesso a forza dentro il cerchio delle mura cittadine doveva, da Verona, strizzare l'occhio all'altro nemico che stava ancora fuori e voleva penetrarvi.
Obbligata a piatire in note diplomatiche, in richiami, in proteste, le spinosità di una situazione politica, sociale e morale insostenibile, poteva rassomigliarsi ad una dannazione di Procuste fatta persona.
Passava da Verona il 20 maggio 1796 il maresciallo Colli per ritrarsi nel Tirolo, col livido in volto per le recenti sconfitte patite nella Liguria e nel Milanese, e prometteva al provveditore generale Foscarini: «pieno riguardo alle autorità venete, disciplina nelle truppe, pagamento delle somministrazioni in contanti». E tutto ciò mentre giungevano alte proteste dalle comunità venete, «per i violenti modi con i quali si trattano i villici nel trasporto dei bagagli austriaci per le vie di Campata, obbligati essendo a forza di oltrepassare con i loro carriaggi i confini convenzionati… asportandone gli Austriaci poscia perfino i bovi»[261].
Ed il Foscarini: «convinto essendo che tutto ciò sia contrario alle intenzioni della Corte Cesarea ed agli ordini dei di Lei generali» comandava «ai commissari ai Campara di rimostrare ai generali austriaci le cose accennate, di interessarsi a rilasciare ordini precisi onde tutto proceder avesse secondo le regole e le discipline convenzionate per i passaggi a Campara medesima»[262].
I Francesi erano ancora lontani e la fiducia nell'equilibrismo era ancora fresca e promettente. «I Francesi scriveva il 22 maggio Foscarini al Doge, di cui ancora non conosco le forze sono—per quanto la diligenza dell'eccellentissimo rappresentante di Brescia mi scrive con sua lettera di ieri—a Robecco, da dove, staccato un uffiziale con cinque soldati per passare il ponte sull'Olio entrarono nella terra di Ponte Vico, ricercando se vi fossero altri ponti vicini o altri porti, e quanto fondo il fiume avesse. Quindi, fatta ricerca a chi appartenesse quella terra e conosciuta essere soggetta al dominio Veneto, sono al momento retrocessi a Robecco»[263].
Buoni adunque parevano i principii della nuova avventura con i Francesi, e tutta l'arte e tutte le speranze sembravano rivolte allo scopo di propiziarsi gli Austriaci, quando il menzognero zeffiro che veniva di Lombardia crebbe d'un colpo d'audacia e di violenza.