Ora io domando: Ma forse lei avrà ancora un piccolo dubbio. Infatti, non le ho ancora letto quella tal parola… Ecco qua: pagina 204 di un libro del grande poeta Gian Pietro Lucini pubblicato a Milano nel 1909, regnando Vittorio Emanuele III, essendo Procuratore del Re quello che era, essendoci la moralità che corre come oggi. Ecco: ed anche questo, Signori del Tribunale, è pubblicato e non è stato sequestrato: dunque si può leggere.
Sono le prostitute che parlano:
Sgroppiam le terga cavalline e seriche che fremitano al pungolo. Sorelle, al giuoco alterno galoppasi a battuta. Stirinsi i muscoli ai balzi lussuriosi. Danza de' fianchi, protendiamo il ventre: assorba l'ingordigia de' fumanti amori. Vibrin le coscie, ansino i fianchi, e il corpo s'inrugiadi di sudore: contraggansi le natiche; la vulva inghiotte! La bocca sformata e bavosa mugula tronche voci: al bel festino, Noi dispensiere, ciascun uomo si serve di ruggiti, non di parole—più.
E potrei leggere infinitamente, continuamente: libri che si stampano ogni giorno, traduzioni, testi originali di cui tutta la nostra Italia è piena. Fate una nuova legge se la legge vecchia non basta: fate una nuova moralità se la moralità che corre non si ferma. Ma non venite ad aggredire all'angolo della strada un uomo che non ha che l'usbergo di sentirsi puro.
«Era necessario?» Già, quando si è procuratori del Re, per un libro, si trova che per quel libro è necessario quello che non è necessario per un altro.
In qualche libro, per esempio, vi è un passo che può essere pornografico e più piace al P. M. inquantochè non è giustificato da un intento falso o non falso, ma che è anzi esasperato da una prefazione che è l'apologia della sensualità. Eppure questo libro si stampa e si vende perchè non c'è di mezzo il futurismo, perchè non c'è di mezzo un giovane ricco, dei comizi tumultuosi, perchè non è venuto l'irredentismo, perchè non c'è a un certo momento la foglia di un grande oratore veneto diventato presidente del Consiglio, perchè non abbiamo i barbari alle porte, perchè non abbiamo le case invase da una sorpresa nuova, da una nuova immoralità.
La verità, o Signori, come la sento debolissimamente, (e voglio accostarmi al fine, per lasciar parlare chi parla molto meglio di me) è forse questa: la sensualità è al fondo della vita ed al fondo perciò delle lettere: ma vi è una letteratura che questa sensualità canta con giocondità, una letteratura della sensualità sana, tranquilla, la sensualità di Ser Giovanni Boccaccio quando mette una bella figliuola in un orto in una notte di primavera per sentir cantare l'usignolo, e poi la madre al mattino la scopre in braccio ad un uomo con le mani dove il tacere è bello, e la madre dice al marito: «Vieni a vedere: ancora ha preso l'usignolo e tienlosi in mano». Sensualità grassa, licenziosa, ma che non conturba.
Ce n'è un'altra che tormenta la sensualità e la raffina, e le va in fondo, e dà un senso estetico, ed è quella dell'Afrodite di Pierre Louys. Ce n'è un'altra infine che insegue la sensualità come per schiacciarla, che la raffina ma per schiaffeggiarla meglio, che vuol conoscerla tutta per poterla tutta vincere.
Voi ricorderete, Signori del Tribunale, quella che è la leggenda di Rinaldo, che narra nel suo latino medioevale che un legnaiuolo era sorpreso da un rumore e si svegliava e vedeva una donna fuggire ignuda e un cavaliere a cavallo seguirla con la spada sguainata, raggiungerla, trafiggerla, gettarla in un rogo, e poi così ischeletrita metterla in groppa al suo nero cavallo, portandola seco in furia di vittoria con dolore e trionfo. Al legnaiuolo turbato da questa strana visione, il conte di Novac che lo amava e pel quale lavorava, gli chiese se qualcuno gli facesse ingiustizia. No, rispose il legnaiuolo; no, mio sire, alcuno non mi fa ingiustizia, ma la notte sono tormentato da una spaventosa apparizione che non so se sia visione o realtà. E allora il conte veglia col legnaiuolo: torna il cavaliere, torna la dama, e allora il conte gli domanda: «Cavaliere, t'ho conosciuto; tu fosti alla mia corte. Perchè strazi quella donna?». «Perchè costei era moglie di un altro uomo e fu invece la mia amante, perchè così ci castiga il buon Dio di lassù, ed io che l'ho tanto amata in vita debbo darle strazio in morte e ogni notte la uccido e ogni notte la riabbraccio e ogni notte la detesto, e ogni notte l'amo di nuovo».
Questa novella è riportata dal Passavanti per dire che il diavolo talvolta assume la forma di animale. Questa novella è riportata per dire che il purgatorio si sconta talvolta sulla terra. Questa novella è ricordata dal Boccaccio, questa novella è in fondo a tutte le visioni, a tutti i tormenti, è in fondo alla Francesca da Rimini di Gabriele d'Annunzio, nell'ultimo atto dove la donna incestuosa, adultera ha avuto il sogno non del cavaliere ma dei cani latranti, è al fondo del Trionfo della Morte dove l'amante deve uccidere; è al fondo del Piacere di Gabriele d'Annunzio dove tutto ciò che ci può essere di osceno è detto, ma per portare alla espiazione; è al fondo del Fuoco di Gabriele d'Annunzio dove una divina attrice è denudata per la vanità di un grande poeta, ma in fondo v'è un senso ancora di tragedia e di espiazione; è in fondo al Forse che sì forse che no e di tutti i romanzi. È nei romanzi di Emilio Zola, nella Voluttà e in Nanà; è nei romanzi di Flaubert; è in quella Madame Bovary che ha trovato in Francia un imbecille che voleva condannarla, ma ha trovato una posterità che ha detto che quei magistrati nulla comprendevano. È in fondo a dei versi lussuriosi, e qualche volta a dei versi che volevano essere casti e c'è anche in Antonio Fogazzaro per il quale poco fa ho avuto parole che potevano sembrare poco rispettose.