Quando per l'ultima volta Paolo Tarsis si incontra con la donna ed ha scoperto che essa è incestuosamente innamorata di suo fratello, si scambiano queste dichiarazioni:—«Conoscimi, ella diceva, conoscimi prima che io mi separi da te, prima che tu mi lasci…» ecc.
Ah! io preferisco Dante Alighieri; preferisco Dante Alighieri non per
ragioni di contenuto morale, ma per profonde ragioni di estetica.
«Soli eravamo (tu lo hai rievocato oggi) e senza alcun sospetto»…
«Quel giorno più non vi leggemmo innante».
Dante Alighieri non sente il bisogno della descrizione. Dante Alighieri pensa che le ragioni dell'arte non domandano la vivisezione dell'anima nè domandano la descrizione brutale dell'abbraccio. Dante Alighieri è forse meno morale di Gabriele d'Annunzio, idealizza l'adulterio incestuoso di Lanciotto e Francesca, ma non descrive: lascia che il lettore, lascia che colui che ha seguito quelle due terzine e visto e intuito da quelle terzine la piena dell'affetto che ha travolto in un istante quei due, lascia le delizie di quell'ora non descritte minutamente ma indovinate.
E se io fossi un letterato, me lo perdoni l'amico mio carissimo Marinetti, sarei preferibilmente della scuola di Dante Alighieri. Cioè se mi è permessa una dichiarazione a questo riguardo la quale deve mettere la mia coscienza artistica, se così mi è lecito chiamarla, da una parte e per modo che non sia confusa con la mia coscienza giuridica, io credo che le ragioni dell'arte domandino brevità di tocco, semplicità di note, domandino che qualche cosa sia lasciato da scoprire, da determinare all'anima di chi legge! E ciò nell'arte come nell'eloquenza del resto, perchè io penso questo, che quando si vuol dare della bestia all'avversario non si dice: «sei una bestia», perchè questo fa cattiva impressione in chi ascolta, questo fa credere che io che queste parole pronunzio, abbia ragioni personali contro di lui; ma bisogna narrare cose e fatti di quest'uomo per cui chi ascolta dica: «ma quello è una bestia!» Questa parola sintetica sulle labbra di chi ascolta è più efficace che non pronunziata da colui che descrive.
Ma se queste ragioni sono ragioni di arte e se è possibile dividersi in due scuole a questo riguardo, però il Marinetti ha diritto di dire: il mio libro non fu e non sarà mai galeotto ad alcuno. Il Marinetti ha diritto di affermare che il suo libro potrà partire da criterî d'arte mille volte discutibili, ma parte e procede da idee morali incensurabili: vi giunge per vie che non sono le vie comuni e conosciute, ma vi giunge senza avere intenzionalmente distrutto alcuno dei ripari che la moralità vera, la coscienza vera, la pudicizia vera hanno elevato come limite al campo dell'arte.
E allora quando questo io ho detto, che sarà come la premessa del mio rapido discorso, io ho bisogno di indagare, onorevoli signori del Tribunale, se nel caso che ci occupa, se nella pubblicazione sulla quale è richiamata la vostra attenzione, se nel romanzo Mafarka il futurista, si riscontrino quegli estremi verso i quali soltanto il legislatore si è mostrato giustamente severo e che soltanto costituiscono il reato di offesa al pudore.
Non sarà inutile io credo di intenderci subito sul valore della parola, di domandarci subito quale difesa contro quale pericolo ha inteso di levare il legislatore con gli art. 338 e 339 del codice penale.
Signori del Tribunale, assai volte nelle discussioni di questo genere si confonde il tentativo di corruzione—e lo ha confuso nella sua arringa il Pubblico Ministero—col reato di offesa al pudore.
È necessario anzitutto per farci strada e chiarire le idee, stabilire un punto di partenza nel quale tutti dovranno convenire. Il legislatore, nell'articolo oggi invocata non ha inteso di sancire disposizioni penali per la difesa dell'innocenza dei giovanetti, dei minorenni, come è stato detto anche dalla pubblica accusa, per una ragione molto semplice: perchè tra pudore e innocenza c'è una antinomia assoluta. Si tratta di due criterî che sono soltanto in rapporto di antitesi. Adamo ed Eva che si trovarono nudi nel paradiso terrestre, si vergognarono; sentirono risvegliato il loro pudore solo quando acquistarono la conoscenza del bene e del male. Cioè, il pudore è qualche cosa di profondamente diverso dall'innocenza che il codice tutela con particolari sanzioni ma la cui tutela è particolarmente affidata a organi diversi da quelli che amministrano la giustizia. La tutela dell'innocenza è affidata ai padri di famiglia, è affidata alla coscienza morale di un paese, è affidata ad un complesso di tutele di altra natura, che non sono quelle del codice penale. (Attenzione vivissima).
Il pudore invece è un'altra cosa. Il pudore è il bisogno, il desiderio, la necessità di una persona anche perfettamente cognita di tutti i misteri e di tutte le complicazioni dell'amore, di non essere obbligata ad assistere in pubblico alla rievocazione di questi misteri.