II.

La cosa andò invece in modo molto diverso: perchè, contrariamente alle affermazioni del generale, il Direttorio non solo non gli aveva accordato le plenipotenze, ma gli spediva certi memoriali composti da studiosi francesi per dimostrare che l'arcipelago Jonio era necessario alla loro nazione. Uno degli scrittori affermava che con quelle isole in mano si sarebbe impedito agli Austriaci di penetrare in Albania: argomento la cui forza è stata confermata dalla discesa degli Alleati a Corfù: ma che, addotto a quei tempi, poteva alquanto stupire, avendo allora la Francia qualche cosa di meglio da fare, per impedire la penetrazione austriaca in Albania, che occupare le isole Jonie: la Francia poteva non consegnarle il patrimonio veneto: i preliminari di Leoben e le trattative di Mombello e di Udine non erano ancora finiti a Campoformio!... In un altro di quei rapporti spediti dal Direttorio al Bonaparte si dimostravano i vantaggi che la Repubblica si sarebbe assicurati stabilendosi sull'ingresso dell'Adriatico; l'autore proponeva di dare le città dalmate, già venete, alla Turchia, per averne in cambio un'isola dell'Egeo come garanzia degli interessi francesi in quel mare: al regno delle Due Sicilie si poteva tutt'al più cedere, e sempre in cambio dell'Elba, «la piccola isola di Lissa, sulle cui coste i pescatori del Regno facevano una ricca pesca di sardine....»

I fatti seguivano alle dimostrazioni: mentre duravano ancora i colloquii del Bonaparte col Gallo, quest'ultimo apprendeva che truppe repubblicane erano già sbarcate a Corfù, e che altre avrebbero occupato Cefalonia, Zante, Santa Maura. La notizia era grave, ma le speranze siciliane non ne andarono distrutte. Il generale Canclaux, rappresentante francese a Napoli, si era dimostrato piuttosto favorevole alle rivendicazioni del Governo presso il quale era accreditato; a Parigi l'ambasciatore siciliano aveva ottenuto qualche promessa dal signor di Talleyrand, ministro degli affari esteri, e da alcuni membri del Direttorio. Insisteva quindi il Ruffo perchè si venisse ad una conclusione, dimostrando come l'acquisto dell'arcipelago Jonio fosse «oggetto incontrastabile d'infinito ed essenziale interesse per noi», se si voleva evitare il danno che sarebbe derivato al Regno «per la posizione e vicinanza di altre potenti nazioni»: con i Francesi in Lombardia e nelle Marche, con gli Austriaci a Venezia, in Istria e in Dalmazia, egli vedeva «le barriere generali d'Italia aperte a nazioni potenti».

Ma quando gli affidamenti dovevano tradursi in fatti, cominciarono a spuntare le difficoltà. Il Talleyrand giudicava la Corte napolitana immeritevole di vantaggi per la sua condotta segretamente ostile alla Repubblica; e invano il Ruffo protestava contro l'accusa, e lo sfidava a provarla; e invano lo stesso ambasciatore francese a Napoli, il Canclaux, la dichiarava infondata: il Talleyrand negava fede al suo proprio inviato. E se il marchese di Gallo, da Udine, scriveva al Ruffo per esortarlo a sollecitare la pratica a Parigi presso il Direttorio, nulla potendosi ottenere dal Bonaparte, i Direttori rispondevano al Ruffo che bisognava, al contrario, trattare in Italia col generale, solo arbitro della situazione. E se l'ambasciatore tentava di tornare alla carica, nè i Direttori nè il ministro lo ricevevano; e se presentava una nota scritta, lo lasciavano senza risposta. Un giorno il Talleyrand aveva dichiarato non essere il caso di parlare dei compensi da assegnare al regno di Napoli mentre gli stessi negoziati della pace tra la Francia e l'Austria stavano per fallire; ma il giorno che le trattative austro-francesi arrivavano in porto tutta l'eredità veneta andava spartita fra i due contendenti: il boccone più grosso toccava all'Imperatore, la Repubblica tratteneva per sè le isole e gli scali.

III.

Neanche a questa notizia il Governo napolitano dispera. Al marchese di Gallo, che aveva insistito perchè la cessione alle Due Sicilie fosse stipulata nello stesso trattato di Campoformio, Napoleone Bonaparte aveva risposto che il cambio dell'Elba con le isole e gli stabilimenti veneti sì sarebbe concluso a parte, e che egli stesso, tornando in Francia, avrebbe parlato col Direttorio in favore di Napoli. Anche il suo capo di stato maggiore, il generale Berthier, partendo per Parigi col testo del trattato, prometteva al Gallo che avrebbe raccomandato le domande siciliane.

Ma il Talleyrand, a Parigi, dove il Ruffo riprende a fare del suo meglio per ottenere quei compensi, risponde che la cosa non è più possibile, ora che le condizioni della pace, divulgate in Francia, hanno deluso il paese per la scarsezza dei vantaggi conseguiti. Menzogna, perchè la pace è accolta con grande e universale esultanza; ma tutte le insistenze sono vane. Invano il Ruffo dimostra che l'acquisto è un pericolo per la Repubblica, non potendo essa mantenerlo in caso di guerra marittima. L'ambasciatore napolitano è buon profeta: una delle ragioni che getteranno lo Zar Paolo I nella coalizione contro la Francia sarà appunto il vantaggio da costei assicuratosi con l'occupazione delle isole, e la flotta russo-turca riprenderà fra poco Cerigo, Zante, Cefalonia, e stringerà d'assedio Corfù, mentre Alì pascià farà trucidare le guarnigioni francesi di Prevesa e di Butrinto.... Ma il signor di Talleyrand sorride quando Alvaro Ruffo soggiunge che, nell'interesse europeo, e della stessa Francia, conviene affidare quella parte del patrimonio veneziano a una potenza italiana e neutrale come le Due Sicilie. Ed è vano tentare di rivolgersi ancora al Bonaparte: più volte il Talleyrand aveva assicurato che, pur essendo personalmente favorevole alla cessione, non poteva far nulla senza il consentimento del generale: ora dichiara che, se anche il generale dirà di sì, egli, ministro, replicherà di no....

Un'ultima speranza anima ancora il Ruffo. Non solamente egli spera, ma nutre fiducia che la stessa Austria possa e debba appoggiare le richieste siciliane. Le due Corti, strettamente imparentate, seguono entrambe con la stessa rigidità i principii della politica conservatrice, ed il Regno è stato e sarà sempre dalla parte dell'Impero: non potrà ottenere in premio che l'Impero favorisca le sue aspirazioni? E ad Udine, infatti, quando il futuro Console e padrone del mondo aveva la prima volta manifestato l'intenzione di tenere per sè le isole venete e gli scali albanesi, il Cobenzl, altro rappresentante austriaco, glieli aveva negati, chiedendo che andassero invece al Re di Napoli. In due tempestose sedute quel dissidio aveva minacciato di far naufragare la pace; ma poi, contenta della parte ottenuta, l'Austria aveva abbandonato la causa siciliana e si era piegata a lasciare sul passo dell'Adriatico la potenza rivale.

Nonostante questo precedente il Ruffo fa ancora assegnamento sull'appoggio austriaco. Egli è persuaso che sia interesse del Gabinetto viennese togliere quei possedimenti alla Francia, perchè l'acquisto dell'Istria e della Dalmazia non garentirà alla monarchia d'Absburgo il dominio dell'Adriatico se la Francia resterà padrona di sbarrarle la via, da Ancona dove è insediata, alle isole Jonie anch'esse già occupate. «Senza il possesso delle isole», scrive, «il resto è solo apparenza speciosa ed inganno». E ancora: «La Corte di Vienna deve considerare che la Francia acquista col porto d'Ancona, possedendo già le isole di Levante, un dominio fatale in quel mare, a danno evidente della Dalmazia, dell'Istria e di Venezia stessa. Il concorso efficace dell'Imperatore in questo grande affare è indispensabile ed è l'àncora della mia speranza....»

IV.