Ma le pagine dove sono riferiti i propositi, i consigli, le intenzioni, le mosse dei cospiratori italiani, dove sono trascritti e le cifre dei loro magri bilanci, degli oboli raggranellati per la gran causa o ricavati dalla vendita dell'Apostolato popolare — il giornale dell'Associazione che costava 5 soldi per chi poteva spendere, ma che si dava per 3 agli operai — non si possono leggere senza commozione. Il Mazzini non si contentava questa volta di avere con sè gl'intellettuali: voleva anche acquistar proseliti nel popolo, scendendo in mezzo ad esso. «È cosa che non abbiamo mai fatta e che faremo» — e che fece —; e Giuseppe Lamberti, diligentissimo interprete del Maestro, gli scriveva da Parigi per dolersi che gli operai italiani fossero «mescolati nel Comunismo», che non avessero confidenza negli emigrati «aristocratici», che andassero da loro soltanto quando ne avevano bisogno: per guadagnarli alla causa nazionale, scriveva, «bisognerebbe esser a contatto con loro nelle lor fucine». Fin da allora c'era chi, movendo dal santo precetto che gli uomini debbono considerarsi ed amarsi come fratelli, presumeva che la patria dovesse posporsi al genere umano; ma al Mazzini, apostolo delle nazionalità, il Lamberti riferiva d'aver predicato: «Bisogna che siamo Italiani prima d'essere Umanitarii».
Non era possibile conseguire l'Unità, il grande scopo, il supremo dei beni, senza l'unione, e grave al cuore del Mazzini, increscioso sopra ogni altra cosa, riusciva il dissidio prodottosi sin dall'inizio, quando uno dei primissimi confidenti ai quali egli aveva partecipato il proposito di risuscitare la Giovine Italia, lo stesso Nicola Fabrizi gli si era opposto fino allo scisma. Per l'esule modenese, l'antica associazione aveva compiuto il proprio ufficio ed era quindi vano e pericoloso tentare di richiamarla in vita. Essa aveva bensì contribuito a formar l'animo dei cittadini, ma occorreva ora armarne il braccio; quindi egli proponeva che le forze liberali militanti si raccogliessero intorno ad una nuova bandiera: quella della Legione italica. Per il Mazzini, invece, nel quale l'azione non era qualche cosa di opposto al pensiero, o di diverso da esso, bensì lo stesso «pensiero realizzato», questo distinguere fra la mente e la mano, fra la parola e la spada, era voler fondare una specie di dualismo, «a un dipresso il sistema delle caste indiane, dove agli uomini d'una era dato esclusivamente il pensiero, all'altra il valor militare». Ma il Fabrizi insisteva tanto nella sua idea, e tanto si era affezionato alla Legione, da opporre un rifiuto alla proposta di fonderla con la risorta Giovine Italia; ostinazione per la quale il Maestro pronunziava contro di lui una specie d'interdetto e manifestava un «rigore» che parve «troppo» al mite e conciliante Lamberti.
Sennonchè anche Manfredo Fanti, di risposta all'annunzio della resurrezione della Giovine Italia, partecipava al Mazzini, dalla Spagna, di essersi legato al Fabrizi «nella parte esecutiva»; ed un altro esule di cui il Maestro aveva stima, che giudicava «buono, attivo, giovine anche in illusioni», Francesco Vitali, scriveva dalla Corsica al Lamberti per dirgli che reputava totalmente finita la missione della Giovine Italia «tanto come istitutrice che come cospiratrice», cioè tanto come strumento di propaganda morale che come fucina di forze operose. E il conte Giuseppe Ricciardi, nonostante la molta devozione al Maestro, pensava di fondare da canto suo una terza Società, un'Italia novella; senza contare una Lega lombarda, senza contare i Livellatori: moltiplicazione che il Lamberti giudicava «rovina grande per l'Italia», e che al Mazzini doleva sommamente, come quella che poteva seminare «germi di federalismo» e «rompere l'unità». La parte assegnata alla Giovine Italia consisteva appunto nel «determinare una Unità di tendenze che promuova quando che sia l'Unità italiana». I dissensi, i contrasti, le divagazioni, le schermaglie non potevano far altro che giovare ai nemici: «Pensate che si va addietro terribilmente, che i nostri padroni se ne giovano a riconciliarsi con atti di clemenza in favor di molti, che l'Austria conquista più sempre pacificamente influenza, e che siamo infami verso il paese e verso i nostri giuramenti, se non cerchiamo di uscir di questo stato...»
Ed in Francia la causa nostra era discreditata dai Vendicatori del Popolo: altra società italiana formata a Nimes da emigrati che millantavano rapporti con la Giovine Italia, ma che erano invece, tranne alcuni illusi, gente sprovvista di senso morale, incappata anche nelle maglie della giustizia penale per un ricatto, a Montpellier, dove l'aula delle Assise echeggiava di tristi accuse contro l'Italia, «nazione degradata, popolo generalmente vizioso e criminale», la cui emigrazione portava in Francia «la demoralizzazione, il principio dell'assassinio, la corruzione della gioventù....» E queste accuse godevano di tanto credito oltr'Alpe, che quei giornali ricusavano di pubblicare le risposte e le difese degl'Italiani.... Non c'erano soltanto ricattatori fra i Vendicatori del Popolo: c'erano anche spie; ma il tradimento più nefando ordito contro la fiducia degli esuli e del loro Capo doveva esser quello dello sciagurato Partesotti, intorno al quale il Protocollo, e particolarmente la nutrita appendice, ha pagine che fanno fremere.
III.
Attraverso tali difficoltà, tali ostacoli e tali insidie si veniva compiendo l'opera del Mazzini. Bene a ragione Giuseppe Lamberti scriveva sulla prima pagina di questo suo libro: «Mia corrispondenza della Giovine Italia: documento che proverà la costanza, gli sforzi, i sacrifizi di Giuseppe Mazzini per far libera, una, indipendente l'Italia». Se la figura del Maestro vi campeggia in tutto il suo splendore impareggiabile, anche i discepoli vi appariscono in nuova luce, gli illustri e gli umili, i celebri e i dimenticati. Come epigrafe di tutta l'opera si potrebbero mettere in evidenza le stesse parole indirizzate dal Mazzini al suo fedele segretario il 31 maggio del 1841: «Chi pensa veramente alla felicità e all'onor della patria, non può trascurare, quantunque minime, quelle cose che tendono a tale altissimo scopo»; perchè, se pure molte delle notizie che si attingono da questi fogli appartengono più all'umile cronaca che alla storia togata, nulla è trascurabile di quanto concerne la laboriosa, indefessa, mirabile preparazione del Risorgimento. «Se gli sforzi», soggiungeva il Precursore, e potrebbe soggiungere l'epigrafe, «se gli sforzi che promettiamo fare unitamente a voi ed a tutti gli altri buoni, otterranno pure, come speriamo, il nobile scopo che ci siamo proposto, verrà un giorno che la posterità riconoscente avrà in riverenza i vostri nomi, come quelli a' quali nè lontananza, nè tempo, nè ostacoli, nè sventure d'ogni maniera hanno potuto mai sterpare dal cuore la santa carità del proprio paese».
31 gennaio 1917.
Maestri di guerra.
I. IL PRINCIPE DI LIGNE.
Il Circolo archeologico della città di Ath, nel Belgio, avvicinandosi col dicembre del 1914 il centenario della morte del principe di Ligne, deliberava, ad onorare la memoria dell'insigne conterraneo, di ripubblicarne le opere: per cominciare, la tipografia Sellekaers e Keulener di Bruxelles approntava la nuova edizione delle Lettres à la marquise de Coigny il 20 aprile di quell'anno, i Prejugés e le Fantaisies militaires il 20 ed il 29 giugno, ed i Mémoires il 25 luglio — lo stesso giorno nel quale scadeva la perentoria nota dell'Austria alla Serbia.... Non occorrono altri discorsi a spiegare l'arresto della ristampa, ed è certo che se le egrege persone ad essa preposte avessero potuto sospettare il cataclisma dal quale il loro paese era minacciato, non avrebbero dato la loro attività ad imprese letterarie.