Le idee anticipate dal principe hanno fatto strada, ma non è inutile che i giovani destinati alla carriera militare le meditino sulle eloquenti pagine dell'autore. Più utile ancora riuscirà, non solamente ai militari, ma a quanti sentono che la guerra è una dolorosa necessità e che nella forza consiste, e consisterà finchè l'umana natura non sarà mutata, la sanzione del diritto; più utile, oggi, ai cittadini cui non fu dato di poter combattere, ma che seguono con l'ansioso pensiero e con la fervida speranza i combattenti, riuscirà la lettura delle parole con le quali il principe di Ligne esalta «il più bello dei flagelli».
Ai predicatori della pace ad ogni costo egli ne dimostra i danni e propone un formidabile dilemma: «Bisogna scegliere tra l'avere la Pace perchè si è pronti a fare la Guerra, o avere la Guerra perchè non si è pronti a farla»; e soggiunge un'altra verità espressa in forma non meno concettosa: «Giunto il primo giorno della Guerra bisogna pensare alla Pace, e il primo giorno della Pace bisogna pensare alla Guerra». Ma non perchè è persuaso della fatalità della lotta, non perchè nutre tanta passione per il suo mestiere da scrivere: «Il mio stupore è che si possa sopravvivere ad una battaglia, qualunque ne sia l'esito: come non morire di dolore se è stata perduta, e di gioia se è stata vinta?; non perchè dice: «Una battaglia è un'ode di Pindaro: bisogna mettervi un entusiasmo che confini col delirio»; e non per essere nato soldato «come altri nasce pittore, poeta o musicista»; non perciò Carlo di Ligne si può ascrivere tra quei militaristi di professione i cui viziosi abiti mentali dànno buon giuoco ai mestieranti del pacifismo. Altra è la personalità di quest'uomo di cuore, di questo avversario della pena di morte, di questo sentimentale a cui fu possibile amare tre donne ad un tempo «con la miglior fede del mondo, poichè non le ingannavo punto: ingannavo, forse, me stesso...». Se la passione lo acceca in amore fino ad un certo segno soltanto, gli lascia tutta la sua chiaroveggenza come soldato; e dopo avere dimostrato i danni delle lunghe paci, l'infiacchirsi dei corpi e delle anime, il prevalere degli appetiti materiali e degli istinti egoistici; dopo avere esaltato la necessità della guerra, la bellezza dell'eroismo, la fecondità del sacrifizio, «io non dirò,» conclude: « — Fate per ciò la guerra; ma se la ragione, la giustizia, l'onore, l'utilità o la vendetta fanno gridare all'armi! sia allora consentito ai giovani ufficiali di gioire, ai vecchi di riprendere il cammino della vittoria, alle fanciulle ed alle spose di ornare di coccarde i loro innamorati ed i loro consorti, e si vieti alle vecchie ed ai filosofi di trovarci da ridire...». La guerra, senza dubbio, porta con sè durezze e crudeltà inevitabili; «ma bisogna essere uomini: essa non è mestiere da filosofi!».
III.
E tanta è la lucidità di questo assertore della guerra, che egli non se ne dissimula il grande nemico: il prepotente istinto della vita, il sentimento della paura. «Fra tutti gli animali il più pauroso è l'uomo. È chiaro che la paura ci rende le più maldestre creature. Consiste essa in una specie di ragionamento che c'impedisce di fare ciò che i più pigri e tardi animali fanno tutti i giorni. Con un poco di coraggio, noi salteremmo tanto bene quanto le scimmie, e cadremmo forse da un terzo piano come i gatti, senza farci male. Si è visto mai la lepre, che non gode fama d'essere la bestia più animosa, temere il tuono, o la cerva spaventarsi degli spettri?... Quante brave persone non tremano al pensiero di trovarsi sole in un bosco durante la notte e la tempesta? A quante il vento non impedisce di dormire?... E come mai l'uomo non avrebbe paura del fuoco? Ne ha tanta dell'acqua! È il solo fra tutti gli animali che non sappia nuotare. Non c'è cinghiale che non ne sia capace, venendo al mondo. Non appena noi vi entriamo, già si lavora a sgomentarci. Balie, governanti, precettori, frati, parenti: tutti ci minacciano, tutti ci intimidiscono....»
Contro i deplorevoli effetti di questa congiura egli sostiene l'utilità degli esercizii fisici ardimentosi, la necessità di una scuola del pericolo, l'immensa efficacia dei fattori morali. Per quest'uomo pugnace la guerra è fiducia nella forza, volontà di vincere, tensione della volontà, impetuosità di assalto. «Bisogna ostentare l'offensiva, anche quando si è costretti, per una moltitudine di circostanze che del resto non dovrebbero mai avverarsi, a mantenersi sulla difensiva.» E non gli parlate dei temporeggiatori: Cesare, Alessandro, Annibale, Pirro, Scipione sono i santi del suo calendario: Fabio non vi ha posto: «la stessa temerità è talvolta prudenza». La precauzione deve nascondersi, restare tutta interiore; solo l'audacia ha da manifestarsi. Nulla vi dev'essere d'impossibile; bisogna fare cose straordinarie sapendo che si possono fare: «Siate certi che un capitano di dragoni lanciato a briglia sciolta può vincere una battaglia». Per compiere «passabilmente» il proprio dovere, bisogna compierlo «tre volte»; e ancora: «Per fare il proprio dovere bisogna fare più del proprio dovere. La gloria è qualche cosa di tanto raro, che bisogna procacciarsene quanto più si può...».
La guerra d'oggi è diversa da quella d'un tempo, ma non tanto che le parole di questo maestro non siano da meditare. C'è, sì, qualche foglia secca in questa sua fiorita; c'è qualche paradosso e qualche sofisma; ma scegliendo di pagina in pagina si potrebbe comporne un vade-mecum, una Bibbia del soldato; ed egli ha veramente ragione di dire ai critici che i suoi libri tengono luogo di un'intera biblioteca, contenendo tutto il succo della scienza delle armi come la fiala contiene un elisir.
16 luglio 1916.
II. LAZZARO CARNOT.
Non c'è lettore di giornali francesi, dacchè la guerra divampa, che non si sia imbattuto più volte nel nome del gran cittadino da cui la prima Repubblica riconobbe la salvezza ed a cui la gratitudine nazionale conferì il titolo di Organizzatore della Vittoria. Bene a ragione la Francia, in questi giorni di prove, rievoca la vita, interroga lo spirito, medita gl'insegnamenti di Lazzaro Carnot; perchè, sebbene la fama concesse i suoi massimi favori a Napoleone, i posteri non hanno ancora sentenzialo se quella dell'Imperatore fu gloria vera, mentre nessun velo d'ombra offusca lo splendore dell'aureola che circonda la figura di chi ebbe, fra tanti altri meriti, anche quello di riconoscere il valore dell'Uomo fatale e di favorirne il genio — finchè non diede segni di errore.