Quanti invocano il regno della giustizia nei rapporti dei popoli non fanno se non esprimere con altre parole — nè molto diverse — i principii enunziati dal Carnot. «Le nazioni sono, le une rispetto alle altre, nell'ordine politico, ciò che gl'individui sono nell'ordine sociale: esse hanno, come questi ultimi, i loro diritti reciproci, consistenti nell'indipendenza, nella sicurezza all'estero, nell'unità interna, nell'onore nazionale: beni d'ordine superiore dei quali nessun popolo potrebbe esser privato se non per violenza, e che ciascun popolo può riacquistare quando l'occasione se ne offre. Ora la legge naturale vuole che si rispettino cotesti diritti, che ci si aiuti vicendevolmente a difenderli, finchè i soccorsi ed i riguardi non pongano a rischio i diritti proprii.... Poichè la sovranità appartiene a tutti i popoli, non può darsi comunità ed unione fra loro se non in virtù di una formale e libera transazione: nessuno d'essi ha il diritto d'assoggettar l'altro a leggi comuni senza il suo espresso consentimento.... Noi abbiamo per principio che ogni popolo, qualunque sia la esiguità del territorio da lui abitato, è assolutamente padrone in casa propria, che è eguale in diritto al più grande, e che nessun altro può legittimamente insidiarne l'indipendenza, tranne che la sua propria non corra visibilmente pericolo.»

Testimonio ed attore principalissimo d'una delle maggiori crisi che travagliarono il suo paese e il mondo tutto, egli sperò d'afferrare nella Rivoluzione «il fantasma della felicità nazionale», credendo possibile d'ottenere «una Repubblica senza anarchia, una libertà illimitata senza disordine, un sistema perfetto d'eguaglianza senza fazioni»: l'esperienza lo disingannò «crudelmente» e gli fece riconoscere che la saggezza è egualmente lontana da tutti gli estremi. Il massimo della prosperità nazionale consiste fra la libertà assoluta ed il potere assoluto.... Il miglior governo è quello dove tutto si fa per abito, per educazione, e non già in forza di precetti sempre variabili: è quello, in una parola, dove i governanti hanno meno da fare....» E molto probabilmente nel corso di quella terribile delusione egli concepì la grande verità, umana e non soltanto politica, che incluse in un'altra delle sue concettose sentenze: «Lo stesso sforzo compiuto per afferrare la felicità è uno stato violento che spesso la distrugge....».

III.

Non è dunque vero che la guerra, quantunque necessariamente atroce, sia scuola mortificativa di quanto è più alto e nobile nello spirito umano, se quest'uomo di guerra potè sollevarsi alle ultime vette della filosofia, quelle dalle quali si dominano il tempo, gli uomini e l'universo; se potè dire che il savio, «come cittadino, ferma gli occhi sulla Patria, fa voti per lei, applaudisce alle sue fortune, partecipa ai suoi trionfi»; ma, «come filosofo, ha già oltrepassato le barriere che separano gl'imperi, non ha più nemici, è cittadino di tutti i paesi e contemporaneo di tutte le età....». Il saggio che scriveva queste parole era anche un poeta di cui restano alcuni delicati componimenti: il Ritorno al casolare, fra i più espressivi, e il Soliloquio d'un vecchio.

Ma la saggezza filosofica e il sentimento elegiaco non impedirono che il Carnot seguisse in ogni atto della sua vita i consigli del più esclusivo e geloso amore di patria. Nel 1789, capitano del genio, legge dinanzi all'Accademia di Digione il suo Elogio del Vauban: il principe Errico di Prussia, che è fra gli astanti, gliene fa i più caldi rallegramenti, seguìti dall'offerta di un alto grado nell'esercito prussiano: egli ricusa. Venticinque anni dopo, nel 1811, comandante di Anversa assediata, riceve da un altro Prussiano, il conte di Bülow, l'insidiosa proposta di abbandonare la causa di Napoleone, con la promessa di un'adeguata ricompensa, egli risponde: «Troppo mi sta a cuore di serbare la stima che mi dimostrate, perchè non difenda con tutti i mezzi in mio potere il posto onorevole confidatomi dall'Imperatore dei Francesi....». Pochi giorni dopo Napoleone ha abdicato, e un altro Francese più accomodante, divenuto, grazie alla malleabilità della sua tempra, principe ereditario di Svezia — il Bernadotte — ritenta di indurre il Carnot a rendere Anversa; egli risponde infliggendo una lezione al transfuga: «Comando questa piazza in nome del governo Francese: esso solo ha il diritto di fissare il termine del mio ufficio. Allorquando il nuovo regime sarà definitivamente e incontestabilmente stabilito sulle nuove basi, sarà mia premura eseguirne gli ordini: determinazione che non può mancare d'essere approvata da un principe nato Francese, a cui sono ben note le leggi imposte dall'onore....».

Tanto zelo non è alimentato, sia pure indirettamente, sia pure in minima parte, dalla speranza dei premii. Non ne ha mai ottenuti quanti ne ha meritati; tanto meno ne ha chiesti. Tornato a Parigi il domani di Wattignies, che è vittoria sua, egli scrive al comando dell'esercito del Nord per rallegrarsi con esso del glorioso successo, come se non vi avesse contribuito per nulla. All'inizio del Consolalo è ancora ministro della guerra ma ha già detto al Côrso ambizioso: «Credo che soltanto il Bonaparte tornato semplice cittadino possa lasciar vedere il generale in tutta la sua grandezza». Più tardi soggiunge: «Voi avete da scegliere nella storia il posto d'un Cromwell o d'un Washington. Se sceglierete male, precipiterete dall'alto, e un giorno forse si contesterà la vostra stessa gloria militare....». L'ammonitore, il repubblicano, il Convenzionale che ha votato la morte del Re, è il solo a votare contro lo stabilimento dell'Impero; ma quando la maggioranza dei Francesi accetta la nuova forma di governo, egli desiste dall'opposizione, perchè nelle crisi dello Stato vi può essere per ogni cittadino un momento d'incertezza sul partito da prendere; si può esitare, o scegliere fra le diverse opinioni, senza commettere un delitto; ma tosto i più si pronunziano, e allora, se la minoranza si ostina nell'opposizione, non è altro che una fazione: principio di giustizia eterna formante l'essenza d'ogni società politica, senza del quale non c'è più altro che anarchia e guerra intestina nell'intero universo».

In forza di questo principio il cittadino esemplare che lo enunziò fece qualche cosa di più che desistere dall'opposizione all'Impero. Dopo avere inflessibilmente respinto, negli anni della prosperità, le seduzioni di Napoleone, che gli offriva «tutto quanto vorrete, quando vorrete, come vorrete», il giorno che l'Imperatore è ridotto a lottare disperatamente per salvare la Francia invasa, il gran patriotta accorre ad offrirgli i suoi servigi. E si contenta del comando di Anversa; e quando è il momento di compilare il decreto di nomina, scoprono che quel creatore di quasi tutti i generali francesi, quell'antico Direttore della guerra e quasi dittatore della nazione, ha soltanto, sull'annuario, il grado di maggiore del genio, conseguito per anzianità all'uscire dal Comitato di Salute pubblica.... Il solo oppositore all'Impero è anche, ora che l'Impero rappresenta la Patria e la stessa Libertà contro il pericolo della restaurazione borbonica imposta dagli stranieri, il solo che sconsigli a Napoleone di abdicare; ed anche dopo l'ultimo disastro, anche dopo Waterloo, è il solo che gli suggerisca di resistere, di rivolgere un proclama al popolo, di chiamare alle armi tutti i cittadini, di mobilitare la guardia nazionale, di difendere Parigi, di ritirarsi dietro la linea della Loira. Fouché esclama: «Siete pazzo!». Lazzaro Carnot gli risponde gettandogli in faccia il giudizio della storia: «E voi siete traditore!...».

10 aprile 1917.

Gli enimmi di Waterloo.

Nell'anno secolare della battaglia che segnò l'ultimo crollo dell'impero napoleonico, un soldato francese ridottosi da molto tempo a vita di studio per le ferite riportate in guerra ha pubblicato una nuova storia di Waterloo. Compiuta nella primavera del 1914, l'opera ponderosa e poderosa fu consegnata ai tipografi il 3 giugno di quell'anno, due mesi prima della conflagrazione europea: l'autore ha creduto necessario avvertirlo sin dal frontespizio, quasi a giustificare la pubblicazione di indagini intorno ad una guerra passata mentre le battaglie imperversano dall'un capo all'altro del vecchio continente. E il libro suo, narrando come si decisero un secolo addietro le sorti del mondo, rischierebbe veramente di passare inosservato oggi che esse si stanno decidendo ancora una volta, se non fosse che mentre noi abbiamo sete di conoscere quanto avviene sui campi della gran guerra attuale, mentre non abbiamo quasi altro bisogno, supreme ragioni di prudenza vietano ai capi degli eserciti e degli Stati di appagarlo: talchè alla nostra immaginazione distratta da ogni altro oggetto le stesse narrazioni degli antichi combattimenti offrono un pascolo.